“Che cos’è l’esperienza? All’inizio della loro storia gli uomini videro che il mondo era fatto di qualità: colori,forme,suoni,odori sapori. Gli uomini pensavano che queste qualità fossero localizzate o identiche agli oggetti che li circondavano. Il colore verde era sulle foglie degli alberi e il profumo proveniva dai fiori che annunciavano la primavera.
Ma questa idea cominciò a creare complicazioni. Se le qualità erano negli oggetti, come era possibile che gli uomini ne facessero esperienza?”
Empedocle pensò che la visione dipendesse dalla luce che usciva dagli occhi e come lunghe dita giungesse a toccare gli oggetti. Gli atomisti invece formularono l’ipotesi che fossero gli oggetti a emanare continuamente, se illuminati, sottili veli di materia che conservavano la forma dei corpi. Successivamente in tempi più recenti, nell’epoca moderna, per evitare queste ipotesi fantasiose si iniziò a pensare che le qualità del mondo non appartenessero agli oggetti ma alla mente dell’uomo. Le qualità scaturivano dall’esperienza degli esseri umani.
La nascita della psicologia e più recentemente delle neuroscienze pone nuovi problemi alla conoscenza e si comincia a pensare che le qualità fossero il risultato dell’interazione uomo-ambiente.
“Secondo questa idea, la mente degli uomini ha inizio nel mondo fuori dai corpi ed è identica a processi estesi nel tempo e nello spazio,processi che terminano nei cervelli.
C’è a questo punto chi abolisce l’idea che il mondo sia costituito da oggetti autonomi e separati rispetto ai soggetti e suggerisce che il mondo sia costituito di relazioni e che tali relazioni accadono nel tempo, con lunghezze temporali diverse. Tali relazioni nel tempo sono processi.
Ogni cosa di cui facciamo esperienza deve essere parte di un processo, altrimenti non potremmo farne esperienza. La nostra esperienza è un flusso ininterrotto.”
Queste sono le considerazioni iniziali sul significato di esperienza contenute nell’ultimo libro di Manzotti e Tagliasco ("L'esperienza. Perché i neuroni non spiegano tutto". Codice Edizioni, 2008)
Cesare Viel col suo lavoro rivela, coglie, comunica questa natura relazionale delle esperienze e con le esperienze della o delle identità. L’identità, sembra suggerire l’artista, è plurima non è univoca, è il risultato di un’intricata ragnatela di relazioni che va ben al di là di un’angusta dimensione quotidiana e grazie alla parola, alla scrittura e all’immagine assume una dimensione spaziale planetaria e una profonda dimensione temporale.
L’artista con il suo corpo, con la sua mente, non mai separati, sembra percorrere alcuni tratti di questa ragnatela, sembra toccare alcuni nodi di questa rete, sembra muoversi da un estremo all’altro di alcuni significativi processi che segnano profondamente la sua esistenza e l’esistenza di tanti altri membri della specie: Emily Dickinson, Virginia Woolf, Cesare Pavese, Ingeborg Bachmann, Italo Calvino, Truffaut, una terrorista cecena.
Compie questo caleidoscopico percorso organizzando e dando vita ad una molteplicità di “performance”.
Se si considera la vita come un flusso ininterrotto di azioni, eventi, esperienze, pensieri, movimenti, vibrazioni, ecc., cioè come un continuo scambio di energia fra l’uomo e l’ambiente, allora la “performance” costituisce come un evento fra i tanti, parte integrante della vita dell’artista, è un pezzo della sua vita, un pezzo che ha come fondamentale caratteristica quello di essere progettato in tutti gli aspetti che è possibile programmare a priori: in quale spazio (luogo) collocarlo, quale durata dargli, di quali azioni movimenti, suoni, parole, immagini, odori, sapori dotarlo. A essere protagonista non è l’oggetto artistico, ma la presenza e l’azione dell’artista.
L’artista c’è, è presente, non si limita a lasciare tracce del suo passaggio, ma assume su di sé la responsabilità dell’atto creativo e con la sua presenza, con il suo impegno personale, conferisce al suo lavoro un’intensa connotazione politica.
Talvolta invece l’artista percorre i fotogrammi della cronaca quotidiana con il gesto, li disegna, nel disegnarli li ferma e ne prende le distanze, li rende inerti. Sembra esprimere un bisogno di sospensione, di pausa al cospetto della violenta aggressività delle immagini che consumiamo quotidianamente. Nessuna traccia di colore. Solo un segno sottile che racconta, lo stesso segno della scrittura, potremmo dire che scrive con le parole e con le immagini. E scrivendo chiama in causa il pensiero, respinge ogni impulsività, ogni impeto e induce sentimenti più intimi, più riservati, più durevoli.
Dice Alain Touraine:".. la disgregazione del contesto sociale fa trionfare l’individuo desocializzato…L’individualismo si è rapidamente frammentato in realtà molteplici. Uno dei suoi frammenti ci ha rivelato un io divenuto fragile, mutevole, schiavo della pubblicità, delle forme di propaganda e delle immagini della cultura di massa. L’individuo in questo caso si riduce a uno schermo sul quale si proiettano desideri, bisogni, mondi immaginari costruiti dalle nuove industrie della comunicazione. Nelle società contemporanee il mondo dei media deforma e manipola pressoché ininterrottamente il soggetto presente in ogni individuo. Lo fa separando l’immagine dal vissuto, il volto dal corpo”.
Io ho trovato echi di questa riflessione in alcune opere di Cesare che ci rivelano una diffusa condizione esistenziale: quella di spettatori. Uomini, donne, bambini il cui sguardo ci sfugge perché rivolto a quella porzione di parete in cui scorrono ininterrottamente immagini di ogni tipo. La postura dei corpi è sempre la stessa, non tradisce alcuna emozione, alcuna vibrazione, alcuna diversificazione emotiva. Tutto sembra scorrere in una condizione di profonda passività e assuefazione. La nuca che ci appare è inespressiva, l’artista sembra alludere al fatto che la vera personalità dell’uomo e della donna contemporanei, non si legge sul loro volto, ma sulla parete in cui si riflette il loro volto, il loro pensiero, su quella parete in cui si forma la loro identità.
La nostra identità è ciò che guardiamo, ciò che leggiamo. Le parole, la scrittura, il segno, la lettura, i suoni della voce. Tutta l’opera di Viel è un profondo atto di fede nel pensiero e nella parola. Egli esprime con questa sua grande capacità di muoversi nel linguaggio, con le sue allusioni, con i suoi rimandi, con le sue risonanze, il suo grande amore per la vita e per la specie.
*Docente di Percezione visiva all'Accademia di Belle Arti di Genova