65 anni appena compiuti - è nato il 13 luglio - spezzino. È stato insegnante di filosofia e materie letterarie nelle scuole superiori, poi sindacalista, fino a raggiungere la carica di Segretario della CGIL Liguria e, dal ’96, Segretario generale nazionale della Federazione Formazione e Ricerca della CGIL. Nel 2006 è stato eletto senatore per i DS, nel secondo governo Prodi. Da quasi due mesi è impegnato in un nuovo ruolo, quello di assessore allo Sviluppo dell’Innovazione e dei Saperi del Comune di Genova. Una delega particolare, derivata dall’assessorato alla Cultura che la Sindaca Marta Vincenzi ha tenuto fino allo scoppio di Mensopoli e che si affianca alla neonata Fondazione per la Cultura. Abbiamo incontrato Andrea Ranieri per fare un primo bilancio del suo operato (proprio un bilancino visto che si è appena seduto nell'ufficio in cui mi ospita) e per conoscerlo un po' meglio. Iniziamo dal fondo della nostra conversazione, quando gli ho chiesto che musica ascolta: «Ne ascolto tanta, soprattutto jazz - dice - però per me è finito con John Coltrane». Anche al cinema preferisce film d'annata: «il mio film della vita rimane I quattrocento colpi di Truffaut». Niente di più recente? «Si è parlato molto de Il Divo e di Gomorra. Per me sono film giusti, che vanno fatti, ma cinematograficamente non mi sono piaciuti molto». A teatro è un fan dell'attore Carlo Cecchi, mentre il libro che consiglia è Sporco denaro di Richard Powers, un romanzo in cui si racconta come una multinazionale può cambiare la vita delle persone in un paese degli Stati Uniti.
Questo mandato le calza a pennello. C'è una nuova concezione di cultura: più legata allo sviluppo e al sapere che agli eventi
«A prima vista la delega sembra strana, ma a mio parere è coerente. Mi occuperò di innovazione, rapporti con le imprese, marketing territoriale, competitività e coesione sociale, di cultura giovanile».
Qual è il filo che lega tutto questo?
«L’idea che creatività e innovazione siano la leva fondamentale per lo sviluppo. Io sono un vecchio ammiratore del sociologo Richard Florida, che ha individuato nelle tre T (Tecnologia, Talenti e Tolleranza) i fattori di sviluppo di un paese. Ne aggiungerei un’altra: il Territorio. Ormai è provato che non sono più gli uomini a seguire le imprese, ma le imprese a seguire gli uomini nei luoghi in cui ci sono le condizioni sociali e culturali adatte. Non è un caso che nel progetto di villaggio tecnologico degli Erzelli l’Università sia un requisito fondamentale. D’altra parte, è ormai un fatto acclarato l’indivisibilità della creatività».
Cioè?
«Oggi tutte le analisi ci spiegano che la vecchia divisione tra saperi pratici e cultura del bello non sono separati ma vanno insieme. In sintesi, è più facile trovare buoni tecnici dove ci sono bravi poeti e dove le persone sono più libere di pensare».
Viene in mente il modello Google, dove hanno creato una specie di parco giochi del lavoro. Si crea e ci si svaga nello stesso posto
«Si ma noi abbiamo qualcosa in più rispetto a Google, che i parchi giochi non dobbiamo costruirli artificialmente. Basta fare leva su quello che c’è. Un territorio bello, civile, libero è sicuramente un ottimo veicolo per lo sviluppo. Ma la ricerca del sapere non deve essere solo strumentale, deve essere un fine, altrimenti non funziona».
Il suo compito avrà risultati a lunghissimo termine
«È proprio questo il punto. Il nostro paese è ormai in un ritardo spaventoso perché non ha mai voluto investire sul futuro, sulla ricerca, sui talenti, su progetti a lungo termine. Tutto questo si fa se si intende lo sviluppo come un fine. Lo sa che i post it (gli adesivi per annotazioni n.d.r.) sono stati inventati per caso? Alcuni ricercatori avevano sbagliato la formula di una colla, così si è deciso per una diversa applicazione. Le cose nascono anche così. Oggi, invece, l’economia è sempre più di carta, finanziaria, e la politica va dietro a risultati che tornano bene alle elezioni. Vorrei che qualcuno un giorno calcolasse i costi dell’ignoranza che l’Italia sta pagando, dagli scarsi investimenti nella ricerca al basso livello di istruzione».
Come se ne esce?
«Se gli investimenti continueranno a diminuire, come è successo anche nell’ultima finanziaria, sarà difficile uscirne. L’Italia cresce nei settori che non crescono a livello globale, come la tecnologia, il biomedicale. Nell’economia della conoscenza questo gap non è più accettabile».
Marta Vincenzi in campagna elettorale ha puntato molto sulla Città Digitale. A che punto siamo?
«È il lavoro che mi sta appassionando di più insieme agli Erzelli e al Politecnico. La città digitale è una condizione fondamentale affinché si realizzi quello di cui abbiamo parlato prima. Si tratta di mettere in rete i cittadini e fornire loro servizi. Non duplicati di servizi esistenti, ma servizi forniti online. Chiaramente per fare questo bisogna essere all'avanguardia: utilizzare tecnologie wifi e wimax, stabilire rapporti con Youtube, Google, My Space. La mia idea è quella di fare al più presto un piano regolatore della connettività».
Cosa sarebbe?
«Un censimento della situazione di connettività con un piano di sviluppo della rete».
Molte iniziative per dare internet alle zone periferiche della Liguria sono già partite. Ma la rete ha grossi buchi, anche nel centro di Genova
«Lo so. Su questo stiamo lavorando e dobbiamo lavorare. Il piano regolatore è, appunto, il primo passo».
Ha nostalgia del suo lavoro alla CGIL?
«No. Gli anni in cui sono stato segretario sono stati i più difficili per Genova, tra la crisi delle partecipazioni statali e quella del porto. Erano tempi duri, con molte resistenze. Per esempio, già allora noi proponemmo di spostare la Facoltà di Ingegneria a ponente, perché avevamo capito che la localizzazione di un polo formativo è essenziale per la città e per il polo stesso. Perdemmo per l’opposizione di alcuni centri di potere che a Genova permangono ancora oggi. Ed è dura toglierli».
Com’è la situazione oggi?
«Genova sembra ancora preferire una logica di controllo a quella dello sviluppo. Prendo ad esempio il triangolo della conoscenza che ho proposto di fare con i politecnici di Torino e Milano. È chiaro che in un’ottica di rete tra metropoli, il singolo Politecnico perde il controllo totale che aveva sulla sua struttura ed entra a far parte di un mondo più grande. Questo non piace a tutti. Però la direzione è quella, non c'è altra strada».
I giovani a Genova. Per loro il dilemma è sempre: rimango o parto? È diventato un luogo comune? Oppure c’è del vero? Che si può fare per il loro futuro?
«Io inizio a vedere molti giovani che hanno deciso di rimanere e sono contenti. Hanno capito che radicarsi in questo territorio può essere un punto forza. Io guardo a questi ragazzi: quelli che potrebbero andarsene ma non lo fanno. Loro sono il nostro futuro e la prossima classe dirigente di questa città».