Nei panni della morte, nella recente nuova versione dei Tarocchi (Teatro della Tosse ai Parchi di Nervi), Alessandro Bergallo giocava a tirar fuori l'anima burlona di un personaggio altrimenti cupo e inviso. A breve giro, è ora protagonista anche nella nuova produzione della Tosse Se una sera d’estate Mangiafoco incontra Re Lear …ovvero i cattivi a teatro (dopo l'anteprima ai Parchi di Nervi, dal 5 al 15 ad Apricale, IM) dove interpreta «Jack lo Squartatore. Ma non lo dichiaro subito, all'inizio faccio solo sapere al pubblico che sono un amante della precisione, che è anche un po' una nevrosi. In tutto siamo 12 attori - un cast un po' più piccolo rispetto ai Tarocchi - per 12 cattivi/e del teatro classico (da Jago a Rodrigo, cattivi dell'Otello, a Medea e le sorellastre di Re Lear) introdotti dal prof. Lombroso (Pietro Fabbri). Uno spettacolo cattivo, cioè buono, perché senza cattivi cosa si farebbe? Sono loro il motore del mondo, quelli che comandano, mentre i buoni spesso sono lenti o noiosi. Comunque nello spettacolo ognuno darà una motivazione alla sua cattiveria, il che li rende già un po' più buoni».
Cabarettista monologante, autore di canzoni giocose ma anche parte del quartetto i Quellilì, Alessandro Bergallo, ormai più abituato al cabaret della Tv, è entusiasta dell'esperienza che sta facendo con il teatro e in particolare con lo staff della Tosse. «Come dico spesso gli attori sono un po tutti 'detonati', però qui alla Tosse è bellissimo: lavoro con persone che hanno curriculum invidiabili e fior fior di esperienze con i grandi nomi della regia come magari Ronconi. Ognuno con la sua valenza, profondità e cultura sono sempre pronti a darti una dritta e, soprattutto, a soffermarsi a discutere e a confrontare le idee a partire da ottime competenze. Era da molto che volevo avvicinarmi al teatro. D'altra parte da autodidatta le esperienze più formative le ho fatte con chi proveniva dal qui. Ho imparato il mestiere con i Cavalli Marci, Luca e Paolo, Alessandro Bianchi e Michelangelo Pulci, Mesciulam, e, da ragazzino al Teatro Garage».
Rispetto al tuo modo di lavorare cosa cambia tra fare teatro e prepare una serata di cabaret? Quali i pro e i contro? «Del cabaret mi agevola, specie per questo tipo di spettacolo a stazioni, la capacità di interazione con il pubblico e una spiccata predisposizione e allenamento verso l'improvvisazione. Il teatro, siccome corrisponde a una drammaturgia articolata, certo presenta il problema della memoria, ma anche quello di ripetere più volte la propria parte anche a stretto giro tentando di mantenere la recitazione costante.
In Tv è diverso: il tuo pezzo funziona o non funziona, al di là di questo nessuno è disposto a perdere tempo e spesso ci si confronta con persone che ne sanno davvero poco. A teatro nessuno mai dice "così non va" al massimo ci si dà un'appuntamento per lavorarci ancora un po' su. Per certi versi il teatro, per me, è un'esperienza nuova e forse migliore del cabaret. L'obiettivo finale è lo stesso, però nel teatro c'è maggiore onestà intellettuale, è più artigianale e più possibilista. E poi non è vero che facendo teatro non si possa divertire. Perché si può fare dell'ottimo cabaret teatrale».
Hai delle aspettative rispetto a questa esperienza o pensi che muoia così com'è nata? «Assolutamente sì, penso che avrò un gran ritorno dal teatro per il cabaret perché quello a cui vorrei arrivare è del buon teatro comico e ci sto già lavorando».
Hai già un'idea precisa dello spettacolo o un nucleo portante da cui svilupparlo? «Sarà incentrato sulla crisi dell'identità dell'uomo contemporaneo, tra monologhi e canzoni, soprattutto intorno all'idea della spersonalizzazione dell'uomo. Scriverò tutto io. Anche per i cattivi della Tosse ho partecipato alla drammaturgia sia per il mio monologo che per la canzone finale, creata su forti input di Emanuele Conte e Amedeo Romeo. Questa della scrittura è una parte del lavoro a cui tengo molto e anche qui Conte e Romeo mi hanno dato dritte ma anche hanno messo paletti aiutandomi come co-autori. Per tornare alla Tv sono pochi gli autori bravi, mentre nel teatro, almeno con la Tosse, il bello è la collaborazione che però permette a tutti di esprimersi al meglio».
E con i Quellilì come vanno le cose? Avete progetti all'orizzonte? «Molto bene direi, siamo sempre uniti: abbiamo trovato una sintonia perfetta che permette a ognuno di seguire i propri percorsi, senza invidie, e senza perdere le occasioni per il gruppo. A novembre faremo la pubblicità per la Paluani e poi sto lavorando con Alessandro Barbini a due sitcom. Stiamo preparando due puntate zero: una sul mondo dei tassisti; dell'altra non vorrei dirti molto perché abbiamo trovato una location un po' speciale e nuova che non vorremmo bruciarci. Comunque la gireremo in due/tre persone al massimo con camera fissa, camera caffé. È nella sitcom il futuro del gruppo e forse anche in qualche spettacolo teatral-musicale».
E il tuo sogno nel cassetto? «Quello grande di sogno è essere conosciuto teatralmente per il mio stile: i miei monologhi e le mie canzoni. Far divertire la gente e farla pensare, senza moralismi né ricette, piuttosto seminando il dubbio. Vorrei raccontare le mie storie, presentare la mia visione del mondo con le mie parole, per ricevere indietro una risata o un momento di benessere».