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Bonelli: l'arte del mimo a Genova

 
Allievo di Marcel Marceau, l'attore genovese è uno dei pochi in Italia a tramandare la disciplina. I primi corsi a ottobre. L'intervista
 
   

     
Genova, 7 agosto 2008
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di
Marianna
Norese
   
mimo
 
Per informazioni
Tel: 347 5744926

C’è una nuova scuola di mimo a Genova. Lui è il genovese Fabio Bonelli, mimo e insegnante di teatro gestuale che dal prossimo ottobre 2008 porta a Genova l’arte del mimo (la sede è ancora da definire). Allievo di Marcel Marceau a Parigi, prima, e successivamente in Toscana di Yves Lebreton (con cui viene in contatto attraverso l’amico Arturo Brachetti), è uno dei pochi a tramandare questa disciplina attoriale in Italia. Si è esibito all’interno di festival internazionali come lo Shopping Festival di Dubai e la Triennale di Arte Contemporanea a Parigi ed è stato il rappresentante dell’Italia al Festival Mondiale del Mimo in Olanda.

Gli chiedo come è nata questa passione: «Sono cose che hai dentro fin da bambino, stanno lì latenti. A me sono venute a galla guardando i film di Charlie Chaplin e Buster Keaton e le trasmissioni tv su Marcel Marceau. Mi affascinava il personaggio di Bip».
Dopo essere stato in Francia per imparare dai grandi maestri e continuare a girare il mondo coi suoi spettacoli, Fabio decide di tornare ad insegnare in Italia, in particolare a Genova, povera di una tradizione in questo senso: «In Italia il mimo viene ancora associato all’idea della statua vivente. C’è un vuoto culturale sull’argomento. Si fa ancora confusione fra mimo, pantomima, clown, artista di strada. All’estero, invece, anche i bambini sanno che differenza c'è. In Francia, nella patria del mimo, organizzano addirittura festival specializzati, come quello del mimo automatico. Qui da noi si sta muovendo qualcosa solo negli ultimi anni. A Cingoli, in provincia di Macerata, lo scorso luglio si è conclusa la seconda edizione dell’unico festival italiano di mimo».

In Italia siamo limitati dallo stereotipo dell'omino in tutina nera che entra ed esce da una porta immaginaria, diventando spesso oggetto di parodia: «È ancora presente nell’immaginario collettivo l’idea del mimo accademico, che si prende troppo sul serio. È vero che è una disciplina rigorosa, come la danza classica, ma nella sua elaborazione finale può essere drammatico come comico. Mimo è tutto ciò che è espressione corporea. L’attore disegna nello spazio come il pittore sulla tela, imparando a solfeggiare col proprio corpo».
Le performance di mimo, forse più di altre, arrivano al pubblico in modo diretto, epidermico, senza dover passare attraverso il diaframma linguistico: «Dovunque lo fai il mimo viene capito e arriva in maniera molto forte, rimane in testa agli spettatori, anche se magari non è piaciuto. È un’espressione quasi anarchica, nonostante la precisa codifica di un linguaggio scenico. Ciò che è importante è vestire la tecnica, che non deve essere fine a se stessa, ma strumento nelle mani dell’attore».  
  
Mimo vuol dire lavoro sul corpo ma anche trucco e maschera. Che uso ne fai? «Utilizzo entrambi. La maschera neutra, la maschera larvale (maschera espressiva che ingigantisce il volto dell’attore), quella di Sartori (maschera espressiva in cuoio) così come il trucco hanno la stessa funzione: quella di liberare i movimenti del corpo. Sono strumenti che permettono di amplificare la propria espressività». 
A chi è rivolto il tuo corso?: «Il corso è aperto a tutti, non solo agli aspiranti mimi. Ad esempio, ci sono molti attori di parola che desiderano acquisire una maggiore completezza di preparazione, per quanto riguarda l’interpretazione fisica di un ruolo. La disciplina che insegno serve anche come mezzo per sbloccarsi fisicamente e quindi anche psicologicamente, essendo le due cose strettamente collegate. Si rivolge a coloro che vogliano imparare a muoversi nello spazio e ad avere la conoscenza e il totale controllo del proprio corpo». 

 
 
 
 
 
 
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