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Groenlandia 1
© foto: Ottorino Tosti
 

Groenlandia: il sole a mezzanotte

 
Seconda puntata del diario di Ottorino Tosti. Continua l'avventura tra i ghiacci della spedizione Saxum. L'incontro con i bimbi Inuit
 
eventi
Continua l'avventura in Groenlandia su mentelocale.it. Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008, ci racconterà tutti i sabati ciò che ha visto nel corso di questo viaggio estremo. Oggi vi proponiamo la seconda puntata del suo diario di bordo.

Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori la fondazione Ex-Plora Nunaat International e l'Istituto Geografico Polare S.Zavatti
 
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Genova, 14 agosto 2008
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di Ottorino Tosti
   
 
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Nero Artico, fotogallery del documentario a cura di Massimo Mapelli sulle condizioni di vita degli Inuit della Groenlandia.

Da Kulusuk dieci minuti di volo sopra un mare ghiacciato, e sotto di noi appaiono le prime, piccole casette di legno variopinto di Tasiilaq.

La baia di Angmassalik, di cui Tasiilaq rappresenta il centro principale, è un arcipelago di isolette, di canali e di fiordi sparsi in un mare completamente ghiacciato fino a tarda primavera.
La sopravvivenza di chi vi abita è ancora oggi completamente dipendente dalla caccia (caccia alla foca e all'orso) e dalla pesca.
Gli altri generi arrivano solo a primavera avanzata, quando il mare torna nuovamente transitabile e permette il passaggio di un cargo che porta dalla Danimarca i rifornimenti: pasta, farina, benzina, vestiti.
Girando per gli spazi fra una casa e l'altra (spazi, non strade), ogni tanto si incontra una famiglia che ha ucciso una foca, e la sta facendo a pezzi per mettere la carne a seccare. Dai volti e dal vociare si capisce che l'uccisione di una foca rappresenta una festa. Per qualche settimana sarà cibo per loro e per i preziosissimi cani da slitta.
Il sangue scola in rigagnoli, e viene a malapena assorbito dal terreno gelato. È una scena che può sembrare cruda e terribile, forse disgustosa, ma non è dissimile da quella cui si assiste nei nostri mattatoi. Il diverso sta nel fatto che noi siamo abituati a delegare ad altri la parte buia della nostra alimentazione.

Esiste un grande divario sociale a Tasiilaq.
Ma come, credi, ingenuo lettore, che qui il tessuto sociale sia diverso dai nostri? Non siamo in capo al mondo, qui, (eh, in capo al mondo ci finiremo più avanti, ma questo tu lo saprai solo fra qualche settimana). Siamo in una modernissima città, dove ci si copre dal freddo con giacche a vento in piumino d'oca e maglie in pile (pensavi vestissero ancora di pelli, vero?), dove circolano auto (non molte per la verità, forse una decina, quasi tutte pick-up che trasportano merci), dove la strada principale è asfaltata, dove ci sono l'ufficio postale, il museo, la banca.
Dove, insomma, si hanno tutti quelli che noi consideriamo simboli di civiltà (sigh!), compresi i ricchi, e, quindi, anche i poveri.
Domanda: chi sono i ricchi, a Tasiilaq?
Risposta: coloro che possiedono uno stipendio sicuro: il dipendente comunale, l'impiegato delle poste, il bancario.
Gli altri vivono con una caccia e una pesca ad uso esclusivo del nucleo famigliare. Vendono solo ciò che supera lo stretto necessario, senza per questo potersi definire commercianti. Sono esseri umani che commerciano per acquistare ciò che non riescono a produrre: gasolio per la barca, proiettili per la carabina che ucciderà la foca, o cartucce per il fucile che fermerà per sempre la corsa di Nuuk, l'orso dalla preziosissima pelliccia, ma raro.

Abbiamo montato il campo fra le rocce vicino alla casa dove vive Robert Peroni. È il quartiere originario, e povero.
Basta guardare i bimbi, che calzano scarpe grandissime per il loro piedino, e indossano vestitini usati e un po' consumati per capire che siamo dove vivono gli emarginati, i poveri. C'è commercio di vestitini usati, qui a Tasiilaq, per i più poveri. Li vedo in una cesta al supermercato, vecchi, un po' scoloriti, noi li portavamo negli anni sessanta. Qui, intorno alla casa di Robert Peroni batte il cuore vero degli Inuit. Si sta bene qui.

Robert Peroni è italiano, originario di Bolzano.
Dopo aver compiuto numerose esplorazioni in tutte le parti del mondo, ed aver compiuto grandi traversate della calotta polare, ha deciso di fermarsi a vivere qui.
Ha 'inventato' Red House per aiutare gli Inuit più emarginati. Inizialmente casa sociale, con il tempo e inenarrabili sacrifici Red House è divenuta una accogliere Guest House per turisti che vogliono sentire pulsare il cuore vero degli Inuit.
Robert Peroni aiuta gli Inuit a vivere senza perdere la loro identità.
La popolazione Inuit in questo particolare momento sta subendo le aggressioni della nostra cultura, e sta sostenendo una dura lotta per mantenere vivo il proprio bagaglio etnico.
I ragazzi se ne accorgono, non vedono più la via che per millenni ha tracciato il loro futuro, capiscono che le notti passate sul pack a cacciare e a pescare stanno finendo. Non sanno dove andranno. E capiscono che non hanno molte possibilità di andare... dove?
Robert Peroni sta percorrendo con loro l'unica via possibile per mantenerli vivi nell'ambiente originario: convogliare in questa parte della Groenlandia un turismo saggio, responsabile e cosciente dell'ambiente che va a visitare.

Tanti bimbi Inuit vengono al nostro campo a giocare. Non troviamo nessuna difficoltà a comunicare. Ci capiamo a gesti e con quel poco di inglese che conosciamo. Che esista veramente una forma di comunicazione telepatica del pensiero in grado di manifestarsi in determinate condizioni ambientali e sociali? Se esiste per gli animali, perché non può esistere anche per gli uomini, pur sempre animali anch'essi, nel momento in cui si trovano liberi da ogni vincolo ambientale e culturale?
Giochiamo a pallone con loro. Dieci minuti, mezz'ora, un'ora. Una ragazza di 18 anni palleggia da vero fuoriclasse.
Non ha mai termine questa partita. Si capisce che questa popolazione non possiede la nozione del tempo. Forse il merito è di questo ambiente selvaggio, primitivo, dove il giorno si muove secondo le esigenze elementari della vita, della caccia, della pesca.
Sono da ritenersi fortunati, allora, quegli inuit liberi nel vento, che non soffrono nell'ufficio postale, allo sportello della banca o dietro la cassa del supermercato?

Mentre giochiamo arriva Luca Natali, l'archeologo della spedizione. Torna con un carico prezioso.
Era stato nel villaggio di Isertoq, un piccolo villaggio di cacciatori (attualmente vi risiedono 102 individui, di cui 54 maschi e 48 femmine, distribuiti in 28 unità abitative), per un campionamento del DNA.
Il campionamento a Isertoq era particolarmente importante, perché quella popolazione è entrata in contatto con elementi esterni al proprio gruppo solo durante la seconda guerra mondiale, quando gli americani hanno costruito, a un centinaio di chilometri di distanza, una base aerea militare, ora abbandonata.
Il campionamento andrà all'Università di Bologna che nell'ambito del progetto I geni raccontano la storia dei popoli sta tracciando una mappa sull'origine delle popolazioni.
Si riteneva un successo riuscire a prelevare qualche campione, invece il grande Luca è riuscito a mappare tutta la popolazione maschile: straordinario.
Era partito in barca, poi al momento di rientrare il mare si era chiuso. Dopo una settimana Gianluca Frinchillucci, il coordinatore del Progetto Carta dei Popoli Artici, ha mandato a prenderlo con l'elicottero, altrimenti chissà quando sarebbe tornato. Luca è prezioso. Non si può fare a meno di lui.

Sono le 12 di sera. Il cielo è ancora chiaro.
Anche se il sole è tramontato dietro le montagne, non verrà mai completamente buio. Si alza una sottile nebbia notturna dal mare. Il panorama inizia a divenire silenzioso. Tasiilaq dorme.
Domani, 25 giugno, inizierò a lavorare anche io.
Il mio compito, che è quello di preparare una logistica per future esplorazioni glaciospeleologiche, mi porterà lungo il fiordo di Sermiligaaq, dove scendono vaste lingue glaciali, per cercare di capire dove puntare le prossime ricerche.
Mi dicono che da Tasiilaq alla testata del Sermiligaaq sono quattro ore di barca in un ambiente stupendo, con montagne a picco direttamente su di un mare ingombro di icebergs.
Chissà se vedrò qualche balena uscire dall'acqua, visto che parte del viaggio si effettuerà in mare aperto.

Venite qui a Tasiilaq, turisti.
Ma lasciate da parte i vostri concetti di europei ricchi e iperassistiti dalle agenzie di viaggio. Camminate per queste casette colorate, fra questa gente, guardatevi intorno, respirate l'aria gelida che permea ogni muschio, ogni lichene, ogni sasso, e chiedetevi: come farei a sopravvivere se per un improvviso disegno del destino finissi abbandonato, e dovessi vivere qui con le mie sole forze?
Solo così potrete capire il popolo Inuit.

 

 
 
 
 
 
 
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© foto: Ottorino Tosti
 
   
 




 

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