Antonio Calbi è studioso e critico teatrale, in particolare per quel che riguarda la relazione fra le arti sceniche e altre arti come l’architettura e il design. È giornalista e ideatore di manifestazioni ed eventi culturali.
A proposito della necessità di costruire teatri oggi, alla luce della tendenza di molta parte della ricerca contemporanea di abbandonare i luoghi teatrali tradizionali e dell’abbondanza di quest’ultimi sul territorio nazionale, Calbi parte dalla verità assodata secondo cui il teatro sia necessario come rito e come esperienza collettiva: «per quello che riguarda i luoghi teatrali, anche questi sono necessari, solo che la realtà è più diversificata. Da un lato è importante recuperare il patrimonio storico e anche quella molteplicità di spazi diversi, come le scuole o le chiese sconsacrate. Dall’altro andrebbero costruiti teatri più vicini a noi nell’estetica e nella funzionalità».
Quando si parla invece di costruzione teatrale ex novo il problema, secondo Calbi, sembra essere da ricercare nell’interruzione della relazione fondamentale tra la gente di teatro, la committenza e gli architetti: «è un circolo che ha subito varie fratture e che ha portato, in alcuni casi, a costruzioni non funzionali. Credo che sia importante trovare un equilibrio tra l’identità di uno spazio e la sua funzionalità».
In che modo è possibile ripristinare il dialogo? «La committenza deve capire che costruire un teatro non è come costruire una scuola, una chiesa o un ospedale. Il teatro è un luogo magico, ricco di valenza simbolica, più delicato e più complesso e richiede competenze specifiche. Gli artisti, dal canto loro, non devono sottrarsi alle responsabilità e devono arrabbiarsi se vengono relegati in un angolo. Gli architetti, invece, dovrebbero smetterla di pensare al proprio ombelico. Il motto deve essere: meno forma più etica, meno stravaganza più funzionalità, che permette anche un contenimento dei costi».
Tra gli esempi di cattiva architettura teatrale cita i camerini del coro del Carlo Felice, situati all’ultimo piano dell’edificio «è come se progettassi un Pronto Soccorso all’ultimo piano. Una scelta davvero assurda, a meno che non ci siano delle ambulanze volanti. Un altro esempio è quello del Teatro dell’Arte - la Triennale - di Milano restaurato negli anni Novanta e rivestito di marmo, materiale assolutamente sconsigliabile per l’acustica».
Ma ci sono anche esempi in cui il dialogo sembra essere ripreso, portando alla creazione di spazi interessanti, come il teatro Franco Parenti di Milano, progettato dall’architetto minimal Michele De Lucchi che Calbi definisce «caldo, flessibile senza essere generico. È tutto in legno e mattoni a vista, anche nei bagni per il pubblico. Fa pensare a una fabbrica delle arti e delle relazioni sociali. A un tempio laico».
Lo spazio polifunzionale potrebbe essere una soluzione per la progettazione teatrale contemporanea? «Non credo che oggi ci possa essere un ritorno a questa tipologia di spazio che andava di moda negli anni Sessanta e Settanta. È uno spazio che fa tutto e fa niente. In realtà è auspicabile la tipologia delle multisale, come il National Theatre di Londra, oppure spazi modulari in grado di inventare soluzioni sceniche diverse, come la Schaubühne di Berlino».