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Soft machine
 

Moonjune, qualità e underground

 
L'etichetta fondata da Leonardo Packovic. 'Steam' è l'ultimo capitolo del progetto Soft Machine. Trame particolari di jazz elettrico
 
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9 settembre 2008
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di Riccardo Storti
   

La prima immagine potrebbe essere questa: un bosniaco a New York che guarda (anche) all’Italia. L’anche non è che una concessione relativizzante, perché il nostro slavo, Leonardo Pavkovic, ha moltissimi legami con il Bel Paese, ma, soprattutto, ama e promuove la buona musica. La passione lo ha portato a rimettere insieme veri e propri esuli fermi alle frontiere dei generi. Ma a questo signore dei (buoni) dischi non interessano gli steccati, così, nel 2001, fonda la Moonjune. Basta dare un’occhiata al succulento catalogo per renderci conto di chi siano i suoi amici. In mezzo qualche nome (a noi) sconosciuto, ma, ovunque si getti l’amo, si pesca bene. Qualità e underground, senza troppi birignao d’elite ma con una buona impostazione marketing (copertine prensili, tanto per intenderci). Piacciono e vendono. Che male c’è?

L’Italia. Pavkovic ha fatto anche un po’ da ambasciatore, soprattutto in Oriente: PFM, New Trolls e, a breve, Latte e Miele. E, per non perdere lo smalto, produce i veronesi D.F.A., una delle band più promettenti del settore alternative. Nel frattempo, vi proponiamo qualche primizia giuntaci in questi giorni dalla Lower East Side di Manhattan…

Soft Legacy è l’ultima prestigiosa incarnazione di quel totem (e tabù) del jazz rock denominato Soft Machine. Una leggenda che parte sulla cresta dell’onda psych britannica mid-’60 e che plana nel nuovo millennio, dopo innumerevoli peripezie e cambi di nome. Nel 2007 esce Steam: padrone del vapore il vulcanico Hugh Hopper (fondatore storico con Wyatt, Ratledge e Ayers) al basso e ai loop elettronici. Complici dell’operazione il batterista John Marshall (già nei Soft Machine) e i “canterburyani” Theo Travis (sax, flauto e loops) e John Etheridge (chitarra già presente negli “storici” Softs e Alive & Well).
L’attitudine congenita del quartetto li porta a sviluppare particolarissime trame di un jazz elettrico che sarebbe limitativo sentirlo contaminato solo con il rock. 

Il labirinto di viuzze si snoda tra naturali racconti di Canterbury (Firefly), suggestioni afro-cubane (In The Back Room), caleidoscopici puzzle hopperiani (Footloose), fusion classica (The Steamer e Anything To Anywhere), preoccupanti segnali di chitarre heavy metal in orditi dissonanti (The Big Man), cacofonie aleatorie (The Last Day), sentori free (So English) con risoluzioni blues (Dave Acto… citando magari sottotraccia il Bolero di Ravel), ritrattazioni (Chloe and the Pirates già in Six del 1973). Lavoro validissimo, imprescindibile per chi si fosse perso le ultime puntate della Soft Machine story… Da segnalare in cabina di regia Jon Hiseman, storico batterista dei Colosseum.

 
 
 
 
 
 
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