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L'architetto con la passione della vela

 
Paolo Brescia è allievo di Renzo Piano. Di recente è stato premiato al campionato inglese di classe Fireball. Lo abbiamo incontrato
 
   

     
Genova, 13 settembre 2008
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di
Marianna
Norese
   
Paolo Brescia

Paolo Brescia è architetto e socio, insieme a Tommaso Principi, dello studio OBR (Open Building Research) di Genova. Siamo andati a trovarlo nello studio di piazza San Matteo, in occasione della sua recente vittoria al campionato inglese di vela classe Fireball (17-22 agosto 2008 a Mounts Bay, Cornovaglia) come miglior equipaggio straniero. In squadra con Dario Pagliani, studente in legge e campione di surf, hanno corso per lo Yatch Club Italiano.
Tra pile di disegni e modelli in preparazione, Paolo mi racconta della sua passione per la vela, nata fin da bambino quando il nonno lo portava fuori in barca. Il salto di qualità è a 25 anni quando, durante il servizio militare, entra a far parte del gruppo velico sportivo della Marina. «È stato l’anno più bello della mia vita. Andavamo in barca tutti i giorni».
«Andare in vela vuol dire fare scelte strategiche in base alla disposizione imprevedibile delle altre imbarcazioni e del vento: è come risolvere un’equazione a due incognite». 

Quella per il Fireball è una passione nata dieci anni fa. «L’ha disegnata un architetto inglese, Peter Milne, negli anni Sessanta. Lo scafo planante era molto innovativo per l’epoca. Quando ci sei sopra hai una percezione molto particolare della velocità».
Parlando del movimento del Fireball che asseconda il flusso dell’acqua, Paolo intreccia il discorso sulla vela con la sua professione di architetto. «C’è un flusso energetico immenso, preesistente, che bisogna assecondare e valorizzare al massimo». Sulla scia di sport come il surf, il windsurf e l’aliante, non conta più l’applicazione di uno sforzo, quanto piuttosto trovare il modo di sfruttare l’onda. «Non la devo creare, c’è già. Devo solo riconoscerla e cercare di surfarla al massimo».
A questo proposito mi racconta di un progetto presentato dal suo studio alla Biennale di Venezia nel 2006. «Siamo stati invitati al Padiglione Italia insieme ad altri venti studi per progettare Vema, una città del futuro». Il tempo da tenere in mente era il 2026; lo spazio quello dell’incontro tra le due coordinate Berlino-Palermo e Barcellona-Kiev, un luogo a metà strada tra Verona e Mantova. 
«Noi ci siamo occupati della progettazione del Parco dello Sport e abbiamo preso ispirazione dal giardino continuo teorizzato da Gilles Deleuze, in cui sentirsi parte di un percorso, di un flusso naturale. Il progetto prevedeva due livelli sovrapposti; uno intessuto nella maglia razionale della città e l’altro, superiore, più libero, con una dinamica più intuitiva, creativa e del gioco, che fa parte dello sport. Abbiamo cercato di creare le condizioni di base di quello che dovrà essere, ovvero delle possibili intersezioni tra i due spazi, quello tematico e quello creativo». 

Paolo è allievo di Renzo Piano, con cui ha lavorato nello studio di Vesima. Come è stato lavorare con lui? «Ha una creatività incredibile. Nella fase del concept ha soluzioni sorprendenti e inattese ed è ciò che lo rende unico. Poi però riesce a raddrizzare la rotta, perché ha deciso dove vuole arrivare. C’è una ricerca continua nella sua testa. È ricettivo per quel che riguarda le novità ed è una persona che sta bene con i giovani».
Tra i grandi progetti di Piano, Paolo mi parla del Centro Culturale Kanak in Nuova Caledonia. «Sembra essere fatto con la materia di quella natura che è vento e foresta. È tutto fatto in legno e la forma e il suono è quella del vento. Sono gusci che si gonfiano come spinnaker. Non sono importanti i materiali in sé, quanto la loro capacità di manifestare i cambiamenti dei fenomeni naturali. Devi cercare di scambiare al massimo con l’esterno, di regolare lo scambio tra te e quell’immensità. L’architettura è il mezzo di questo scambio».

Sulla critica di Franco La Cecla agli archistar, Paolo mi risponde: «Certi architetti si preoccupano di una loro riconoscibilità dal punto di vista formale e compositivo. Ma le nuove generazioni stanno rifuggendo da quest’ottica. L’architettura è sempre meno autoreferenziale e meno legata ai fenomeni della moda. Non si ricerca più un oggetto bello. Non c’è più una volontà di forma. Anche il disegn ormai è il risultato di una coincidenza di strategie. Non si lavora da soli ma in team, e non solo tra architetti ma anche con altri professionisti».
Ma torniamo alla vela. Il prossimo appuntamento sarà con il Campionato Italiano Fireball ad Andora i prossimi 12-14 settembre. «Spero di darti buone notizie anche questa volta». 

 
 
 
 
 
 
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