Ho seguito con interesse il dibattito innescato da Manuela Simoni, come uomo e come persona. In entrambi i casi con tutto lo sforzo culturale che posso provare ad avere, non potrò mai a fondo comprendere lo stato d’animo di una donna di fronte a simili situazioni. Senza ipocrisia o falsi pudori.
Per questo non mi addentro nello stato d’animo ma provo a dire la mia sul senso di sicurezza nella movida e più in generale nella società genovese/italiana, odierna.
Da bambino ricordo che se qualcuno aveva più capacità di impressionare la mia fantasia, diveniva per me qualcosa da raggiungere, ambire. Potevano essere calciatori, per me che amo il calcio, cantanti, musicisti. Ma anche poeti, scrittori. Qualche volta politici oppure correnti politiche più o meno regolari. Spesso un’idea, un sogno. Quella così pazzesca oggigiorno, chiamata ideologia. In genere, comunque, il mio apprezzamento andava sempre in direzione di qualcuno/qualcosa che avesse una marcia in più e la utilizzasse con principio e lungimiranza. Credevo di arricchirmi e diventare migliore.
Purtroppo l’anagrafe mi rammenta che non sono più un bambino per cui devo fare i conti con la realtà. E scoprire che ne faccio parte al punto da dover essere, per il mio pezzettino, parte attiva .
Il dibattito innescato al pari della strisciante e continua nonché, a parer mio, pericolosa corrente d’intolleranza generalizzata che ci circonda, mi fa pensare che io e la mia generazione che credevamo di diventare migliori, abbiamo fallito da qualche parte.
Perché quel bambino sognante di ieri si domanda che cosa potranno mai sognare i bambini di oggi, se i messaggi che sappiamo recapitare sono quelli di intolleranza, malcostume che portano alla difesa dei propri spazi.
Sono dell’idea che classificare il brutto ed il male sotto il termine “extracomunitari” sia un po’ troppo comodo oltreché banale. Così come trincerarsi dietro la facciata dell’extracomunitario incompreso e sfruttato può dar vita a sindromi di calimero evitabili.
La nostra italica cultura, molto attenta all’immagine, trasmette fuori dai confini una realtà distorta che agli occhi di chi è disperato deve apparire come un bel sogno realizzabile. E proprio come quel bambino di poco fa, scopre a sue spese che è solo facciata e poca sostanza. Non so quale sia la verità, so soltanto che fintanto avremo pregiudizi nei confronti di chicchesia, nero, bianco, ricco, povero, non andremo mai da nessuna parte. È un problema culturale.
Nella nostra città molti che mettono all’indice l’extracomunitario di turno, a volte, non si formalizzano troppo se devono affittare loro un buco in rovina a 1.000 Eu al mese. Abbiamo culture differenti? Bene. Facciamone una virtù, avremmo di che imparare gli uni e gli altri.
Alla fine infatti, chi delinque, non ha colore. Delinque e basta.
E lo sappiamo benissimo tutti.