«Doveva durare solo sei mesi, alla fine il lavoro è durato circa due anni», spiega Sabrina Losso raccontando com'è nato Mea Culpa, il reportage fotografico all'interno del carcere di Marassi creato con Luisa Ferrari e, da giovedì 18 settembre (fino al 12 ottobre 2008), in mostra a Palazzo Rosso. Partito come un corso di fotografia che rispondeva alle richieste di alcuni detenuti - organizzato dall’Associazione Evangelica “Amici di Zaccheo” e l’Associazione Culturale Kinoglaz, sponsorizzato da Nikon e Totalfoto Genova - il lavoro delle fotografe Ferrari e Losso è diventato anche l'occasione per indagare con l'obiettivo la realtà intima della vita tra le sbarre. In mostra 44 scatti, una selezione concordata con i diretti interessati. 88 invece quelli raccolti nel volume, dall'omonimo titolo, edito da Le Mani. La tecnica è quella classica adottata per il reportage: formato medio in bianco e nero su pellicola.
All'inizio era solo una speranza poi, in corso d'opera, è avvenuto il naturale coronamento di un lavoro «fatto anche per entrare in un rapporto di comunicazione e confronto con persone esterne».
«Per la mia concezione di reportage - continua Sabrina - volevo andare a fondo, lasciando perdere le emozioni di pancia, e indagare una realtà a noi così vicina eppure così tremendamente distante e incompresa. Per altro di reportage sui carceri ne esistono già, ma spesso sono fatti in modo superficiale perché realizzati in fretta. Noi ci siamo concesse un tempo lungo». Ma soprattutto gli scatti sono stati scelti insieme ai detenuti a partire da un rapporto di fiducia e dialogo «e soprattutto di ascolto. Perché più che fotografare, alla fine ai detenuti interessava essere fotografati per dimostrare agli altri che loro ci sono, per dimostrare alla società che sono persone e esistono». Le location, ma anche i vari momenti significativi della loro giornata sono quello che hanno chiesto a Sabrina e Lucia di rappresentare. «Gli scatti li abbiamo scelti insieme, molti sono stati quelli che hanno bocciato, perché gli sembravano banali. E qualche volta le richieste sono state anche spiazzanti. Per esempio un detenuto ci ha chiesto di fotografarlo mentre pregava davanti al crocifisso. Altri ci hanno proposto di fotografarli all'interno delle celle - in quei momenti vuoti e lunghi in cui in sei devi reinventarti in un misero spazio per vivere insieme -; mentre lavorano, giocano a calcio o nell'ora d'aria; oppure nei momenti in cui mangiano, che per loro sono significativi rappresentando punti fermi di una routine piuttosto scarna; oppure ancora nelle sezioni particolari dove le regole cambiano radicalmente anche in funzione della somministrazione del metadone, per fare un esempio».
E il titolo? Anche questo è stato concordato? «Tutto è stato discusso e accettato: il titolo Mea Culpa è ambivalente e rimanda sia alla colpa da scontare sia alla preghiera religiosa con cui i detenuti chiedono perdono davanti a Dio», ma forse va un po' anche letto come il mea culpa dei pregiudizi che andrebbero fatti cadere prima di conoscere realtà così complesse, e magari quel senso di responsabilità, da recuperare, verso questi mondi paralleli della nostra società.
In questo percorso il materiale dei primi mesi è andato cestinato, «non perché non fosse buono ma perché raccontava quello che noi, dall'esterno, ci aspettavano dal carcere, quello che volevamo vedere, quello che ci si immagina stando fuori. Trovarsi lì è così profondamente diverso: ti chiudono dentro e da quel momento dipendi totalmente dagli altri. Un conto è farci un giro, visitarlo; un conto è viverci, vivere con loro, anche solo per due ore».
Un percorso di crescita per voi? E per loro?
«Per loro - una decina circa - è stata senz'altro un'occasione di svago e di relazione con chi era venuto appositamente per ascoltarli e riconoscerli. Per noi è stato motivo di forte crescita personale, come accade spesso in un reportage, quando ti metti nei panni di un altro. Esperienza forte e piena di sorprese positive, anche perché ovviamente all'inizio c'era una certa preoccupazione per eventuali momenti di disagio, imbarazzo o incomprensione».
Avete già in mente qualcosa per il prossimo reportage?
«Un altro aspetto del carcere: quello della vita della polizia penitenziaria, sollecitato da una richiesta diretta del personale, ma anche da una nostra esigenza cresciuta nel corso della recente esperienza. Questi poliziotti vivono infatti come detenuti e spesso sono pure malvisti, additati come 'cattivi', ma loro stessi vivono qui dentro 10 ore e magari anche lontano dalle loro famiglie».