Ho seguito con interesse e sconforto il dibattito sul centro storico di Genova. Interesse perché anche se vivo a Bruxelles sono genovese, torno abbastanza spesso a Genova, e quando ci sono abito nel centro storico. Sconforto perché vedo che pure a Genova non si scappa dai luoghi comuni, dal mettere barriere, dal voler creare categorie di colpevoli.
Si arriva perfino a mitizzare la "buona vecchia criminalità napoletana", che quella sì che aveva un'etica e non mandava i pensionati all'ospedale. Vuoi mettere se nel centro storico ci fossero i Casalesi invece dei marocchini e degli ecuadoriani.
Chiaramente la violenza sulle donne è una prerogativa esclusivamente extra-comunitaria. Nel paese in cui il delitto d'onore è scomparso dal codice penale da un paio di decenni, gli uomini - è risaputo - si guardano bene dal molestare e picchiare le donne (e i bambini, aggiungerei). Come è rassicurante gettare nella spazzatura tutte le statistiche sulla criminalità in Italia e vestire da uomo nero il diverso, l'ultimo arrivato, il più povero ed emarginato. Che poi l'emarginazione non spinga a vivere secondo le ferree regole dell'ordine costituito è cosa ovvia.
Purtroppo fa comodo avere una bella riserva di mano d'opera a prezzi stracciati e senza diritti da utilizzare a piacimento e molto spesso da sfruttare e mandare a morire. Fra l'altro è proprio su questa fascia di popolazione emarginata che si innesta il ricatto salariale nei confronti di tutti i lavoratori. Ma perché non si prova a dare uno straccio di documento, un'identità, dei diritti ai clandestini che spesso lavorano nelle nostre case e mandano i figli nelle nostre scuole?