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Mahogany Frog
La copertina di 'Do5' dei Mahogany Frog
 

Le chitarre indomabili dei Mahogany Frog

 
Si può essere progressive senza citare gli anni '70. Prova ne è il disco 'Do5', un mix di influenze grunge e tastiere ipnotiche
 
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23 settembre 2008
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di Riccardo Storti
   
Provocazione. E chi l'ha detto che, per suonare progressive, oggi ci si debba (solo?) rifare alle pastorellerie flautate o ai mortali abbracci espansivi dei mellotron “sinfonici” anni Settanta? Chi l'ha scritto che il verbo debba passare attraverso l’ipse dixit di nomi santi e intoccabili. E che tu, artista, se sgarri, sei fuori dalla nicchia, colpito da anatema, fatwa o radiato dal partito che dir si voglia?
Prendiamo questa banda di pazzi canadesi, Mahogany Frog, usciti nel 2008 per la Moonjune di Pavkovic. Il loro lavoro Do5 è 'attualmente' progressive perché si basa su contaminazioni di breve data e lunga gittata.
Imperativo categorico, il noise. Sano rumore, allevato alla corte di Seattle, non importa se da Jimi Hendrix o da Kurt Cobain. Chitarre distorte, quasi indomabili, anni Novanta grunge che chiamano il future in the past del post punk. Un po’ come Mars Volta.

Occhio, però: dribbliamo le apparenze. Gli strumenti al centro, nessuna concessione alla canzone: no voice, never more. Ergo ricerca, composizioni “fondiste” che, talvolta, superano i 10 minuti, come la chilometrica T-Tigers & Toasters, da dove, i nostri, fanno emergere la tradizione delle tastiere. Allora si ritorna agli anni Sessanta, vagamente garage, degli organi Farfisa e ai Settanta con i mirabolanti sintetizzatori (c’è pure un ARP). Pesanti ostinati di basso, chitarra e batteria fanno, paradossalmente, da tappeto a frasi di organo e synth, tra delicate sospensioni pianistiche, riff hard e tempi composti (ti buttano lì, come niente, un 7/4). È un mondo stranissimo sul baratro di sensibilità (spesso) contraddittorie, lontane. Una magistrale collisione tra King Crimson (I Am Not Your Sugar), primi Kraftwerk, Hawkwind, Pearl Jam, Sex Pistols, Tool, Sigur Ròs (Loveset), Roxy Music, il chitarrismo californiano di Zappa (Lady X Oc & Shield Jaguar), i francesi Magma e gli italiani Sensations’ Fix.

I Mahogany Frog sanno muoversi bene, pigiando i tasti adatti alla bisogna “acustica” del momento. In Last Stand At Fisher Farm, pur lasciando sotto la consueta base rumoristica, si cimentano con una struttura compositiva da colonna sonora. La band ama le frasi ipnotiche di tastiere vintage su ritmiche complesse (You’re Mesugah! molto Gentle Giant e Demon Jigging Spoon dagli accenti psichedelici) e certi trastulli floydiani con eco e delay (l'inizio di Medicine Missile). Sempre seguendo la stella polare di un disegno globale che non si cura affatto di alcuna etichetta e che mesce sintesi e consonanza tra gli opposti. Musica. Punto e basta.
 
 
 
 
 
 
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