Provocazione. E chi l'ha detto che, per suonare progressive, oggi ci si debba (solo?) rifare alle pastorellerie flautate o ai mortali abbracci espansivi dei mellotron “sinfonici” anni Settanta? Chi l'ha scritto che il verbo debba passare attraverso l’
ipse dixit di nomi santi e intoccabili. E che tu, artista, se sgarri, sei fuori dalla nicchia, colpito da anatema, fatwa o radiato dal partito che dir si voglia?
Prendiamo questa banda di pazzi canadesi,
Mahogany Frog, usciti nel 2008 per la
Moonjune di Pavkovic. Il loro lavoro
Do5 è 'attualmente' progressive perché si basa su
contaminazioni di breve data e lunga gittata.
Imperativo categorico, il
noise. Sano rumore, allevato alla corte di Seattle, non importa se da Jimi Hendrix o da Kurt Cobain.
Chitarre distorte, quasi indomabili, anni Novanta grunge che chiamano il
future in the past del post punk. Un po’ come Mars Volta.
Occhio, però: dribbliamo le apparenze. Gli strumenti al centro, nessuna concessione alla canzone:
no voice, never more. Ergo ricerca, composizioni “fondiste” che, talvolta, superano i 10 minuti, come la chilometrica
T-Tigers & Toasters, da dove, i nostri, fanno emergere la tradizione delle tastiere. Allora si ritorna agli anni Sessanta, vagamente garage, degli organi Farfisa e ai Settanta con i mirabolanti sintetizzatori (c’è pure un ARP). Pesanti ostinati di basso, chitarra e batteria fanno, paradossalmente, da tappeto a frasi di organo e synth, tra delicate sospensioni pianistiche, riff hard e tempi composti (ti buttano lì, come niente, un 7/4). È un mondo stranissimo sul baratro di sensibilità (spesso) contraddittorie, lontane. Una magistrale collisione tra
King Crimson (
I Am Not Your Sugar), primi
Kraftwerk,
Hawkwind,
Pearl Jam,
Sex Pistols,
Tool,
Sigur Ròs (
Loveset),
Roxy Music, il chitarrismo californiano di
Zappa (
Lady X Oc & Shield Jaguar), i francesi
Magma e gli italiani
Sensations’ Fix.
I Mahogany Frog
sanno muoversi bene, pigiando i tasti adatti alla bisogna “acustica” del momento. In
Last Stand At Fisher Farm, pur lasciando sotto la consueta base rumoristica, si cimentano con
una struttura compositiva da colonna sonora. La band ama le
frasi ipnotiche di tastiere vintage su ritmiche complesse (
You’re Mesugah! molto Gentle Giant e Demon Jigging Spoon dagli accenti psichedelici) e certi trastulli floydiani con eco e delay (l'inizio di
Medicine Missile). Sempre seguendo la stella polare di un disegno globale che non si cura affatto di alcuna etichetta e che mesce sintesi e consonanza tra gli opposti. Musica. Punto e basta.