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Marta Vincenzi: «gli anni bui di Genova»

 
Un convegno sulle nuove frontiere della cittadinanza. La sindaca: «Pensare alle persone più che al mattone». Tra demografia e integrazione
 
   

     
Genova, 29 settembre 2008
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di
Daniele
Miggino
   
Genova

«Dobbiamo renderci conto che gli ultimi dieci anni sono stati i peggiori per la nostra città dal punto di vista demografico. Ci siamo persi un bel pezzo di popolazione e non ce ne siamo accorti. Oggi dobbiamo prendere in considerazione il fatto che si è toccato il fondo, e trovare politiche adeguate per risalire la china, per rivalutare il vero tesoro di un territorio: le persone».
Parole chiare dalla sindaca Marta Vincenzi nell’ambito del convegno Le frontiere della nuova cittadinanza, organizzato al Galata Museo del Mare dalla Fondazione Anci Ideali (Fondazione Europea delle Città) insieme alla Maison de L’Europe di Parigi. La Vincenzi fa riferimento anche ai giovani: «dobbiamo fare in modo che trovino qui il posto dove stare, iniziare a valorizzare le teste più del mattone».
L’obiettivo del convegno è affrontare insieme i temi dell'inclusività sociale e della competitività delle città. «Si parla sempre di integrazione in termini di emergenza - dice Maria Baroni, segretario generale della Fondazione Anci Idea - noi invece abbiamo voluto mettere a confronto diversi modelli dei paesi europei per coglierne le potenzialità».

I dati demografici europei confermano una tendenza che noi liguri conosciamo bene, da anni. La popolazione invecchia, presto il bilancio delle morti supererà di gran lunga quello delle nascite.
Nell’arco di circa 50 anni potrebbero esserci 12 milioni di italiani in meno. Con un'alta percentuale di persone sopra i sessanta e i settant’anni. Le ricadute socio-economiche di questo fenomeno sono evidenti: spese di assistenza sociale e sanitaria sempre più alte da un lato, minor potere produttivo dall’altro. Ancora più semplice: tante persone da assistere, poche che lavorano.

È per questo che “Le nuove frontiere della cittadinanza” vanno obbligatoriamente a spostarsi verso i nuovi cittadini: gli immigrati. «Le politiche dell’integrazione sono completamente sparite dall’agenda politica a livello nazionale – dice Antonio Golini, ordinario di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università La Sapienza di Roma – facendo ricadere tutti gli oneri della materia sugli amministratori locali. Non è possibile che la politica migratoria sia basata solo sull’emergenza, sugli sbarchi di Lampedusa. Ci sono tre milioni di lavoratori regolari in Italia».

Quei tre milioni, sempre nei prossimi 50 anni, potrebbero aumentare fino a coprire la decrescita degli italiani. Ma come fare per far diventare l’immigrazione, come dice ancora Golini: “necessaria e conveniente”? «Intanto bisognerà dare maggiore considerazione ai Comuni metropolitani – prosegue Golini - sono le aree più interessate da questi fenomeni ma ad oggi non hanno strumenti adatti per farvi fronte. Inoltre, è fondamentale adottare una diversa politica abitativa: chi arriva in Italia deve avere un posto dove dormire. Soprattutto se regolare, ma a parer mio anche se irregolare. Arrivo ai minori: le scuole sono affollate di ragazzi nati in Italia da genitori stranieri, non possiamo lasciarli senza cittadinanza fino alla maggiore età».

Ma l'integrazione passa anche attraverso forme diverse di immigrazione. «non è pensabile - dice ancora Golini - che l'immigrazione sia un fenomeno definitivo. Le badanti, per esempio, non possono resistere più di due o tre anni. Il loro è un lavoro durissimo». Senza contare che lo spostamento definitivo di persone da un paese all’altro provoca un impoverimento eccessivo del paese di origine. Ecco perché l’idea di un’immigrazione a rotazione, da concordare e regolamentare con i diversi paesi di provenienza. «D’altra parte in Africa è previsto un aumento di popolazione di 1 miliardo nei prossimi decenni, 1,2 miliardi in Asia. È impensabile che l’Europa accolga centinaia di migliaia di persone».

 
 
 
 
 
 
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