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La mia vita come un film

 
Un padre distante, innamorato solo delle sue VHS. Un ragazzo timido che insegna a riscoprire il piacere del cinema. Dalla nostra community
 
   

     
Genova, 30 settembre 2008
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di Valeria Nervi
   
Papà

Che cos'e il cinema per me? O meglio che cosa sono i film per me?
Odio e amore.
Amore, se lo collego al mio presente: quell'autentico amore per cui l'oggetto amato ti smuove dentro, ti incasina, ti spiazza e ti fa rinascere.
Odio, quando i film li lego al passato, alla vita in casa, ad un padre che consumando vhs con la voracità di un lupo affamato, non ha mai trovato il tempo per una moglie e due figlie.
Ho odiato i film per lungo tempo perché erano l'elemento dentro il quale mio padre si immergeva per dimenticare tutto.
 
Ricordo l'ora, le otto e mezza, qualche volta anche le nove. Ricordo la porta a vetri del salotto di casa, che lasciava intravedere la sua figura, sfocata e lontana. Ricordo lo scricchiolare della porta che sottolineava la mia inadeguata presenza, l'espressione scocciata, il dito puntato su 'pausa'.
Io cercavo calore, mi buttavo sulle sue gambe robuste e gli saltavo al collo. Facevo il guancia contro guancia, a costo di ottenere una gota completamente irritata dalla barba. Ma il suo pensiero fisso restava quello di ricominciare il film. E così me ne tornavo in cucina dalla mamma, lasciandomi spari e grida alle spalle.
 
Queste erano le serate a cui ero abituata, quelle in cui rientrava dal lavoro con sottobraccio le copertine gialle dei nastri di Video club. Mi sono sempre chiesta perchè non mettessero le copertine originali. Mi dava fastidio non poter leggere, nel modo ancora zoppicante di cui ero capace, le trame dei film che lo allontanavano da me.
 
Anni dopo, facevo le medie, a quelle serate si sono aggiunte le domeniche al cinema. Usciva di casa verso le due e se ne andava da solo: non con me, non con mia madre, non con mia sorella. Voleva godersi lo spettacolo e poi raccontarlo una volta rientrato a casa, con dovizia di particolari e tanto di critica.
 
Questo è stato il contesto emotivo che mi ha accompagnato nella visione dei film, dall'infanzia fino a qualche anno fa. Nonostante mi piacesse andare al cinema, non sono mai riuscita completamente a godermi lo spettacolo.
Poi due anni fa è arrivato Rami, un ragazzo timido, inquieto e profondo. È entrato lui, e con lui il cinema ed il teatro. All'inizio è stato difficile comprendere le serate solitarie che voleva trascorrere a vedere i film: mi riportava al passato. Fino a che in queste serate ha accolto anche me. E da lì sono iniziate una serie di fantastiche scoperte.

Ho messo pian piano da parte il mio scetticismo, ho fatto spazio al nuovo e lasciato crescere la consapevolezza di ciò che un film può dare. Ho incominciato a guardare e pensare il cinema come un'opportunità di crescita e riflessione. Ho persino compreso le metaforiche fughe di mio padre: comprese, ma non giustificate.
 
Oggi se penso a tutto questo mi viene facile immaginare Rami con gli occhi incollati allo schermo. Che imita, consapevole o no, le espressioni degli attori. E poi immagino il silenzio che segue le visioni che ti toccano nel profondo. Immagino le sue riflessioni, la possibilità che il cinema mi ha dato di ascoltarle.
Ho imparato ad amare il cinema quando ho scoperto che è un modo per toccare l'essenza profonda della persona che si ama. Nel momento in cui ho capito che i film non separano: congiungono.
Un'unione profonda, misteriosa, magica. E, come tutte le cose magiche, assolutamente inspiegabile.

 
 
 
 
 
 
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