Se qualche volta guardando attraverso un taglio appena fatto, Lucio Fontana ha visto un mare, era quasi sicuramente quello ligure. Lo confermano alcune scritte nel retro delle sue opere, dove stanno scritte frasi come: Pensavo al mare quando ho fatto questo quadro, Vorrei andare ad Albissola, oppure Domani vado a Varigotti da Mario.
Ad Albissola l'artista lavorò molto con la ceramica. La Riviera del Ponente Ligure significava soprattutto - come dice Nini Ardemagni Laurini, presidente della Fondazione Lucio Fontana - «serenità, desiderio di lavorare in libertà, nelle fornaci o all'aperto, incontrando e confrontandosi con il gruppo degli amici storici: Tulli oda Albissola, Jorn, Fabbri, Scanavino, Rossello, Lam, Cardazzo, Milena Milani, Bardini». Ma i ricorsi non finiscono qui: una delle ultime ambientazioni spaziali presentate in vita da Fontana ebbe luogo proprio a Genova, presso la Galleria Il Deposito, nel 1967.
Il rapporto tra Fontana e la Liguria, insomma, è una delle chiavi di lettura della mostra Lucio Fontana luce e colore, inaugurata martedì 21 ottobre 2008 a Palazzo Ducale, che sarà visibile fino al 15 febbraio 2009. Si tratta della grande retrospettiva di un artista che ha letteralmente cambiato la storia dell'arte contemporanea nel Novecento: «Questa mostra può regalare emozioni, a prescindere dalle competenze dei visitatori», dice Luca Borzani, presidente della Fondazione per la Cultura.
Un'altra chiave di lettura si evince dal titolo: luce e colore, ovvero il legame tra l'opera dell'artista e alcuni temi di cruciale importanza per la scienza. La luce e il colore, appunto, ma anche lo spazio, l'infinito. Non è un caso che questa mostra apra il giorno prima del Festival della Scienza 2008 e che sia un filosofo della scienza a ricordare la sua importanza: «Nello stesso periodo in cui l'artista esplode con i tagli, con i buchi e le Attese, in cosmologia si fa strada l'idea, per dirla con Tullio Regge, che l'universo sia infinito in tutte le direzioni», dice Giulio Giorello a sottolineare il filo che unisce la visione artistica e la ricerca scientifica. Così prosegue Giorello: «ogni ricerca è una conquista, per ciò mi preoccupa molto la situazione di questo paese, che anche a causa della crisi sta perdendo il nesso tra ricerca, università e scuola. Il che purtroppo significa non interessarsi del futuro delle giovani generazioni».
La mostra
Sono circa 130 le opere esposte a Palazzo Ducale: una parte è dedicata al colore e si divide in sei stanze (nero, rosa, oro, rosso, bianco, giallo). Un'altra si concentra sulle ambientazioni spaziali di Fontana, soprattutto i suoi lavori con la luce al neon. In Acquario, le bellissime ceramiche.
Ma la mostra inizia già nell'atrio del Palazzo, dove si trova una curva di luce appesa alle volte, opera che fu presentata per la prima volta alla Triennale di Milano nel 1951. «Questo lavoro più di molti altri segna la grandezza di Fontana», dice Sergio Casoli, curatore della mostra insieme ad Elena Geuna. In quel raggio di luce, secondo Casoli, è riuscito a sublimare al massimo il concetto d'arte, fino a farlo diventare quasi un pensiero impalpabile librato nell'aria.
Nelle sale di susseguono vari Concetti spaziali: buchi, tagli, il famoso La fine di Dio (sala rosa), fino ad arrivare ai Quanta (sala bianca) rispetto ai quali la contemplazione arriva all'apice.
È ancora Casoli a dire la frase che toglie ogni dubbio sulla grandezza di Fontana (se ce ne fossero stati): «credo che la sua opera rimarrà con noi e verrà ricordata come qualcosa di grande finché esisterà l'umanità, il mondo, lo spazio e il tempo nelle forme attuali».
L'Istituto David Chiossone di Genova ha partecipato attivamente alla mostra: in ogni sala, infatti, una delle opere presenti è spiegata anche in linguaggio braille tramite su apposite targhe.