Ve la ricordate l'influenza aviaria? Sono passati esattamente tre anni da quando questa parola iniziò a rimbombare in tutto il mondo, accompagnata dal folle allarmismo dei media che non parlavano d'altro. Se appena qualche anno prima l'allarme mucca pazza aveva fatto crollare la vendita e il consumo di carne bovina, la stessa sorte toccò, tra 2005 e 2006, a polli, tacchini e uccelli in generale.
Oggi qualcuno ha ancora paura del contagio? In Italia non se ne parla da tempo. Ma l'influenza aviaria dove è finita? Così si intitola la lectio magistralis che la virologa Ilaria Capua - direttrice del Dipartimento di Virologia dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e head dei Reference Laboratories per l'influenza aviaria e per la malattia di Newcastle - tiene a Genova domenica 26 ottobre 2008 (ore 19.00, Aula Polivalente di San Salvatore, piazza Sarzano) nell'ambito del Festival della Scienza.
«L'aviaria c'è ancora» afferma la virologa, «e la situazione è paradossalmente più grave adesso che tre anni fa». Come dire: se ne parlò troppo allora e oggi, che il problema esiste davvero, regnano silenzio e disinformazione.
C'è da dire che in Europa la situazione non è così allarmante, visto che non ci sono casi umani e il virus non si trasmette (ancora) da uomo a uomo. «Africa, Medio Oriente, Asia Centrale e ex Repubbliche Russe sono però a rischio» spiega Ilaria Capua, «e non si può non pensare agli altri paesi».
Le pandemie - ovvero malattie che provocano vittime umane in tutto il mondo - si ripetono ciclicamente ogni 20-40 anni: nel 1918 c'è stata l'influenza "spagnola", nel 1957 la "asiatica"; l'ultima, quella di Hong Kong, risale al 1968. «L'H5N1 (l'aviaria in termini medici, ndr) non è ancora un virus pandemico» avverte Ilaria Capua, «ma qualora dovesse diventarlo, basterebbe un viaggio in aereo per fare scoppiare un'epidemia globale».
Per ora, comunque, il contagio umano resta improbabile. Almeno qui da noi: «tutto dipende dalle condizioni igieniche» precisa la virologa: «in Italia le persone non dormono con i polli, ma nei paesi in via di sviluppo le infezioni non sono così facili da controllare».
Siamo avvertiti, dunque. Anche se in Italia non corriamo troppi rischi, l'aviaria esiste ancora. Basta saperlo ed esserne consci, senza l'allarmismo di qualche anno fa: «i media hanno posto l'accento sulle cose sbagliate, hanno gonfiato troppo il messaggio» accusa oggi Capua, «la gente che non comprava più polli, poi, si è comportata in modo assurdo, senza alcuna giustificazione scientifica».
Ilaria Capua, 42 anni e tra le massime esperte internazionali di influenza aviaria, è certa che con la globalizzazione e la diffusione delle malattie «i veterinari avranno un'importanza sempre maggiore nella sanità pubblica». Su questo tema ha anche scritto un libro dedicato a tutti coloro che aspirano a diventare veterinari (si intitola Idee per diventare veterinario, Zanichelli, 2007). Ma forse il cosiglio migliore per ogni giovane è questo, e lo dice in modo spassionato: «Studiate l'inglese e viaggiate se volete arrivare a fare qualcosa nella vita».
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