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Romeo e Giulietta da applausi a teatro

 
'I Capuleti e i Montecchi' č l'opera di Vincenzo Bellini ispirata alla storia degli innamorati di Verona. Il 28 e il 31 ottobre le repliche
 
   

     
Genova, 27 ottobre 2008
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di Andrea Ottonello
   

La nuova Stagione lirica del Carlo Felice comincia con il piede giusto e tra le ovazioni. È stato infatti un successo senza ombre e meritatissimo quello che hanno riscosso I Capuleti e i Montecchi, l’opera composta nel 1830 da Vincenzo Bellini su libretto del grande poeta monegliese Felice Romani, alla serata inaugurale di venerdì scorso. 24 ottobre.

Liberamente ispirato alla vicenda dei due più famosi innamorati della storia, Giulietta e Romeo (quest’ultimo, interpretato en travestì da un mezzosoprano), i Capuleti sono forse il primo lavoro in cui la maestria belliniana si rivela compiutamente, dando origine a quelle melodie di sconvolgente bellezza sotto alle quali “mormora” l’orchestra – in una parola, il “belcanto” che il mondo ci invidia ancora oggi. Tra l’altro, un’opera con soli cinque comprimari e un tessuto orchestrale così rado costituisce un’arma a doppio taglio molto affilata, dove è possibile mettersi in buona o cattiva luce, ma dove in ogni caso aumentano, piaccia o no, i rischi. Per cui, se per raccontarvi quanto udito dovessimo basarci sull’applausometro, dovremmo subito dare atto a Mariella Devia di aver fatto saltare il banco: erano anni che non si sentivano al Carlo Felice ovazioni paragonabili a quelle che ha suscitato la sua aria “ah quante volte, ah quante”, con cui nel primo atto Giulietta si presenta al pubblico.

È difficile trovare aggettivi per chi calca il palcoscenico da 35 anni con una signorilità che forse oggi non ha paragoni; o se preferite, per chi oggi è forse l’esempio più fulgido di disciplina del palcoscenico; o ancora, per chi avendo passato la sessantina mantiene nella voce un dominio tecnico pressoché immutato che ha del miracoloso. Una tecnica, quella della Devia, mai fine a sé stessa, ma sempre al servizio della musica, di quei legati purissimi, di quelle melodie nate quasi dal nulla, esili, terse, diremmo “indifese”, e di cui è sembrata letteralmente prendersi cura.
Sostanzialmente perfetta anche la prova di Sonia Ganassi nella parte di Romeo: la sua grinta, il suo spessore vocale, la sua ricchezza di armonici, si sono sposate magnificamente con il personaggio volitivo e passionale che era chiamata ad interpretare. Anche le celebri “variazioni rossiniane” incluse nella prima aria di Romeo sono state risolte in modo impeccabile, e i duetti con la Devia, in cui Romeo fa il diavolo a quattro per rapirla e Giulietta rifiuta, si sono rivelati efficacissimi, mettendo in evidenza le reciproche peculiarità vocali.

Ottima anche la prova di Nicola Ulivieri, nel ruolo di Lorenzo: voce piena e corposa, perfettamente calato nei panni del personaggio. Deyan Vatchkov, nel ruolo ingrato di Capellio, padre di Giulietta, non è riuscito a “passare” la buca dell’orchestra e ad imporsi dal punto di vista vocale, anche se gli va riconosciuta una notevole presenza scenica – ha reso piena giustizia ai costumi disegnati da Michael Levine, autore anche dell’impianto scenico in cui la fanno da padrone alcune mastodontiche pareti rettangolari rosso sangue che dischiudono di volta in volta i vari ambienti d'azione del dramma. Decisamente sottotono la prova di Dario Schmunk, dalla vocalità incerta, a tratti forzata, e decisamente piccola: un Tebaldo di dubbia credibilità, sia vocale che scenica.

La regia di Robert Carsen – che a Genova non si è neppure fatto vedere, delegando il tutto ad Emmanuelle Bastet – pur nella sua sostanziale validità, desta qualche dubbio specie per quanto concerne l’idea di far morire Giulietta suicida (un harakiri in piena regola sul corpo ormai spento di Romeo) quando invece la coppia Bellini/Romani aveva previsto una morte “in musica”, in cui Giulietta si spegne, semplicemente, sul corpo di Romeo. Più convincenti le scene corali e di battaglia (di grande effetto quella al “rallentatore” che conclude il primo atto), in cui il coro maschile istruito da Ciro Visco ha saputo mettersi in luce.
Da ultimo, Donato Renzetti, il direttore d’orchestra. Il quale ha messo la sua consumata esperienza, letteralmente, al servizio della musica, ponendosi sempre un passo indietro rispetto a Bellini e ai suoi cantanti. La sua lettura può essere definita come un “accompagnamento senza pretese”, nel senso più nobile e positivo del termine: l’orchestra – che a fine spettacolo si è fermata in buca per applaudirlo insieme ai cantanti – lo ha seguito senza battere ciglio con energia e presenza. E così, anche se alla fine gli applausi li hanno presi la Devia e la Ganassi, molto del merito va anche ascritto a chi, come Renzetti, ha lavorato nell’ombra, con discrezione e intelligenza, per poter far brillare ancora una volta la stella del belcanto, a scapito della propria.

Naturalmente, la bellezza di questi Capuleti non può far dimenticare le tristi vicissitudini che vedono protagonista ormai da tempo il Carlo Felice; ma va dato atto a Cristina Ferrari, il Direttore Artistico che di questa inaugurazione è la responsabile (al suo arrivo a Genova di opere a ottobre non c’era traccia), di aver saputo rispondere con l’unico linguaggio che il pubblico è disposto ad accettare, e cioè la musica, la grande musica. Speriamo che alla luce del successo si possa aprire davvero un capitolo nuovo per il nostro Teatro.
E ora, per chi si fosse perso lo spettacolo, c’è ancora qualche posto per le recite di martedì 28 e venerdì 31 ottobre, in entrambi i casi alle 20.30. Buona la prima, lo saranno certamente anche le repliche.

 
 
 
 
 
 
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