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Cesare Viel - Azioni
La copertina di Azioni di Cesare Viel
 

 
In 'Azioni (1996-2007)' l'artista genovese descrive 10 anni di performance. Tra casi mediatici e progetti nati per caso. Di Claudia Priano
 
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Genova, 28 ottobre 2008
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di Claudia Priano
   

Se vi siete persi la personale di Cesare Viel, Mi gioco fino in fondo, al Museo d'Arte contemporanea di Villa Croce, potete rimediare acquistando il suo libro Azioni (1996-2007), Silvana Editoriale (141 pp, 18 Eu). Che siate o meno sostenitori o ammiratori fedeli dell’arte contemporanea, o di qualsiasi forma d’arte, non potete non conoscere un artista genovese ormai affermato a livello internazionale, uno dei più innovativi del panorama artistico, che fonda molto del suo lavoro di ricerca sul rapporto tra l'opera d'arte e chi si accosta ad essa.

Premessa doverosa. Non posso scrivere d’arte, c’è chi lo fa con competenza e consapevolezza. L’arte richiede “le parole per dirlo”, se mi concedete l’espressione. Ne scriverò dunque come una semplice fruitrice, che si accosta ad essa in punta di piedi, ma con molta attenzione e con la voglia di partecipare e di emozionarsi. E di mettersi in gioco, perché no.

Mi hanno colpito molto le parole di Cesare Viel, nell’intervista rilasciata in luglio a Exibart.tv, quando dice che l’arte è una forma di politica, cioè qualcosa che riguarda tutti coloro che decidono di assistere «senza essere dominati, ma senza essere dominanti, (…) una sorta di educazione alla democrazia, in qualche modo l’accettazione del traffico linguistico e quindi, in questo senso, anche allenarsi all’accettazione dell’altro».

Azioni è il documento e il racconto, attraverso le parole scritte dell'artista, della sua lunga produzione dal 1996 al 2007, che si apre con un saggio di Carla Subrizi. Un libro intenso, ricco di stimoli e di spunti di riflessione, che costringe a sfogliarlo più volte e a studiare le reazioni che suscita, rileggendo descrizioni e testi che raccontano le undici azioni, riguardando il ricco materiale fotografico. C’è anche una preziosa antologia critica, da non perdere.

Una di queste azioni si chiama Seasonal Affective Disorder, (Milano 1998), una performance che consisteva nella presenza di in un lungo tavolo, una sedia girevole, fogli colorati e materiale per il trucco e in un lavoro continuo dell’artista, un “fare e disfare ma, nello stesso tempo, un produrre comunque qualcosa, in tutto quel girare a vuoto”, con una voce esterna, la sua, che raccontava quel che stava accadendo. Nel libro Viel ci accompagna, guida d’eccellenza, a riflettere sul senso di quella performance. Ci racconta che l’idea gli venne su un treno, mentre leggeva un reportage di Luigi Malerba sulla sindrome definita appunto Seasonal Affective Disorder, che colpisce i popoli scandinavi quando per un lungo periodo manca loro la luce del sole e li getta in una percezione dolorosa di perdita del senso del vivere. E da lì parte l’intenzione di intraprendere un viaggio nel buio dell’identità. In questo modo, e con questa perfomance, Cesare Viel metteva a disposizione la sua energia per attraversare la propria identità e raggiungere quella degli astanti, spiazzandoli e stupendoli ogni volta. Va detto che le reazioni del pubblico erano sempre diverse a seconda dei gesti.

Questo è uno dei temi indagati, che ci spiega che l’identità è un buco nero, e il senso lo trova nel «risultato dell’intreccio tra te e gli altri», perché questi altri ci riguardano, e ciò che è davvero importante e fondamentale per l’artista è la componente relazionale.
Non sarà un caso che uno dei registi amati da Viel sia proprio Bergman? Nel libro l’artista si definisce un tramite. Attraverso la sua arte possiamo esplorare mondi apparentemente a noi sconosciuti, indugiarvi e venire a contatto con le emozioni più profonde, le nostre e quelle di altri. Ad esempio dei grandi della letteratura e della poesia, come Emily Dickinson, Ingerborg Bachman, Virginia Woolf o Pavese.

Mi commuove pensare che Accendere una lampada e sparire del 2003, lavoro che Viel fa partendo da Emily Dickinson, prenda spunto proprio dalle parole della poetessa: «La mia lettera al mondo che mai scrisse a me». La lettera che l’artista ha scritto alla Dickinson, oggetto della performance, è integralmente riportata sul libro. Viel riesce a cogliere il senso profondo del femminile nella scrittura, nelle sue anse più remote.

Colpisce il racconto della performance nata in stretta collaborazione con Carla Subrizi e dedicata a Ingerborg Bachmann, alla sua morte e alle riflessioni sulla morte stessa. Troverete contributi preziosi degli unici testimoni di questa azione molto particolare, come quello di Nanni Ballestrini, Gianfranco Baruchello, Antonella Berruti e Francesca Pennone (Pinksummer Genova), Anna Cestelli Guidi, Emanuela De Cecco, Laura Guglielmi, Tommaso Ottonieri, Francesca Pasini, Cesare Pietroiusti, Fiamma Satta e Carla Subrizi.

Nel libro è raccontata anche la storia di Ritratto di un amico (Torino - novembre 1999). Una performance che balzò agli onori della cronaca e divenne un vero “caso”. L’intenzione era quella di un reading in una stanza, un omaggio a Cesare Pavese. Viel avrebbe dovuto leggere Ritratto di un amico di Natalia Ginzburg, proprio nella camera n. 346 dell’Hotel Roma a Torino, dove lo scrittore si tolse la vita nel 1950. Il senso della performance era un omaggio, un ricordo e il proposito di essere un ponte, un elemento di passaggio tra un luogo, la letteratura e il pubblico. Ma il quotidiano La Stampa pubblicò una lettera delle nipoti di Pavese, le quali, con tono indignato, si opposero alla concessione della stanza da parte dell’albergo. Avevano frainteso le intenzioni dell’artista. Ne venne fuori, come dicevo, un caso mediatico, che il libro documenta molto bene, con articoli di quei giorni.

Insomma, la performance salta, anzi si trasforma e diventa un gesto simbolico, cioè la distribuzione muta di fotocopie davanti all’Hotel. «L’improvvisa sospensione del permesso della camera mi causò un inevitabile problema gestionale, oltre che di senso, e suscitò un’automatica curiosità da parte del quotidiano torinese per la mia reazione», scrive Cesare Viel, raccontando che ci furono anche momenti non privi di una certa drammaticità. Ma la storia non finisce qui.

Viel ci racconta, in modo appassionato, come si arrivò al film per la regia di Gianfranco Barberi, presentato al 18° Torino Film Festival l’anno successivo, con la relativa riconciliazione dell'artista con le nipoti dello scrittore, che assistettero alla prima proiezione e forse, in quell’occasione, compresero l’amore di un artista per lo scrittore e la volontà di omaggiarlo e metterlo una volta di più, e in un altro modo, in relazione con il pubblico, esplorando il suo gesto più estremo.

Ma il tentativo di imbavagliare l’arte di Cesare Viel, forse casuale stavolta, si ripete nel 2000, quando gli organizzatori di Fuori uso, - “tragicomica ironia dei nomi”, nota Viel - informano l’artista che non potrà realizzare la sua performance, per motivi tecnici. Così nasce Aladino è stato catturato, performance ripetuta più volte, di grande impatto visivo e viscerale. Si tratta di qualcuno che è chiuso, prigioniero, ma esposto alla curiosità degli altri, cerca di passare il tempo attraverso la lettura dei tarocchi e scrivendo delle frasi su fogli.

Cesare Viel ci racconta nel suo libro la storia di questa fortunata performance. Sembra volerci spiegare che la grande forza degli artisti veri stia nel trasformare le proprie frustrazioni e le delusioni e le sofferenze in un progetto. A che servirebbe farle languire dentro di sé? L’anima non ha pareti, o almeno non dovrebbe averne, perciò l’espressione diventa l’unica via possibile. Soprattutto quando si trasforma in risorsa, in riflessione e condivisione con gli altri.

 
 
 
 
 
 
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La locandina del film 'Ritratto di un amico'
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