Se il fatto che la graphic novel abbia quasi rimpiazzato il romanzo ormai è noto, meno chiaro il ruolo del fumetto a teatro, che ultimamente è entrato prepotentemente in scena mescolandosi con la Tv, non disdegnando vecchie strategie - di stampo teatrale - del primo cinema muto.
Scordatevi il bianco e nero però, perché qui è con i colori pop che il regista lavora. Ma aspettatevi di assistere a una narrazione sul proscenio, coreografata da una scena al rallenty sullo sfondo nella nuova versione di Noccioline, per la regia di Valerio Binasco. Un testo che Fausto Paravidino (di casa a Ovada e allievo della Scuola di Recitazione dello Stabile) scrisse su commissione del Royal National Theatre di Londra, dopo le giornate del G8 nel 2001. Ritratto di una giovinezza i cui sintomi diventano vite a confronto, spesso violento, nell'età adulta.
Ventitré strisce, brevi e intense, spesso in scambi così rapidi da ricordarci la tecnica della dissolvenza incrociata del cinema, parlano la lingua dello zapping che mettono in scena. Parlano di chi legge un fumetto, ascolta mp3, controlla con il telecomando la Tv e la tastiera del telefonino tutto in contemporanea. Sono vignette-teatrali comicamente caustiche, causticamente leggere che mostrano il vuoto e la riflessione, la voglia di capire e la noia di dover ascoltare; mettono in scena una gioventù che se ne frega, è opportunista, infantile, assente a se stessa, preoccupata - poco - di non dispiacere i genitori, preoccupata - molto - se non c'è niente da sgranocchiare o da deglutire.
Sketch, montati come film muti, che si raccontano già a partire da un titolo impresso sullo sfondo: una parete di luce. Politiche del lavoro; Permesso di soggiorno; I mass media controllano il mondo; Schengen. Libera circolazione di persone e merci; Globalizzazione e mondializzazione; Rispetto della proprietà 1 e 2; Leggi del mercato; Plutocrazia fino al letterale: 10 anni dopo. Da che pulpito arrivano? È la penna della voce narrante che si prende gioco dei suoi personaggi burattini, facendo finta di giocare con loro? O siamo noi che dobbiamo guardare e ridere ma poi pensare e non ridere più?
I brevi capitoli compongono una storia divisa in due parti, ogni stacco - agito da un cast di undici attori (non sempre tutti in scena - vedi box per i nomi) - punta la lente d'ingrandimento su spaccati emblematici della quotidianità di un gruppo di ragazzi/e. Diviso in una prima e una seconda parte, il puzzle a colori presenta versioni 3D mutuate dai celebri Peanuts, presentandoci personaggi giovani e inconsapevoli, capaci di passare giornate incollati al fascino annullante del tubo catodico, salvo poi - dieci anni dopo, appunto - essere loro malgrado diventati grandi, diventati quello che non volevano o quello che intimamente erano ma non capivano, quello che volevano davvero, o forse semplicemente quello che non sono riusciti a scegliere. Solo Buddy, versione contemporanea e casereccia del leggendario Charlie Brown, dal forte accento sardo ha sbagliato tutto fin dall'inizio cercando di interpretare goffamente, ma certo con convinzione, la parola responsabilità.
Del G8 resta tutta la violenza del confronto che vide incostituzionalmente opposti liberi cittadini e forze dell'ordine, proprio quelle preposte a garantire l'Ordine Pubblico durante tre giornate di manifestazioni programmate su percorsi studiati a tavolino e ufficialmente autorizzati. Resta il sangue, le torture, gli abusi e i giochi - qui solo immaginati si spera «Fai la scimmia, fai il canguro, fai il chiurlo...», altrimenti bastonate - di quello che avvenne ai fermati nelle caserme genovesi. Resta tutta la devianza derivante dal potere e dalla collusione tra chi del potere abusa. Resta una frase emblematica sul poliziotto picchiatore espressa da Buddy, di fronte all'ennesima vittima grondante sangue: «Non è cattivo, è che tu non lo conosci. Ma lui è davvero forte, le sa lui le barzellette più divertenti, vorrei io essere come lui».
A proposito, il 12 novembre in un altro tipo di teatro, dall'aula bunker del Tribunale di Genova uscirà il verdetto del processo legato all'irruzione violenta delle forze di polizia nella Scuola Diaz.