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Latouche: «la crisi sarą lunga»

 
L'economista francese a Genova per Meetix. Parlerą di 'Come sopravvivere allo sviluppo'. I suoi racconti africani. Di Daniele Miggino
 
   

     
4 novembre 2008
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Miggino
   
Serge Latouche
Serge Latouche

Da anni e anni va in giro dicendo che lo sviluppo è una bufala, che il progresso inteso come avanzamento continuo è un suicidio, che piuttosto bisogna iniziare a pensare a rallentare, quasi a fermarsi. Il suo ultimo saggio s'intitola proprio Breve trattato sulla decrescita serena, quasi a sottolineare che smettere di crescere non è una roba che ci deve spaventare. E ora che il mondo se la fa sotto per il crollo delle borse internazionali, lui - l'economista, antropologo, filosofo Serge Latouche - ride sotto i baffi. Come dire: io ve l’avevo detto, e rincara anche la dose: «siamo solo all’inizio, questa crisi sarà lunga e profonda».

Lo studioso è in questi giorni a Genova per un doppio appuntamento. Ospite della rassegna Meetix - organizzata dalla Fondazione per la Cultura -  parlerà di Come sopravvivere allo sviluppo (mercoledì 5 novembre, ore 21.00, Palazzo Ducale). Martedì 4, invece, ha presentato all'Università di Genova un altro libro. Si tratta di una raccolta di racconti sulla sua esperienza africana, iniziata a metà anni Sessanta. Libro di narrativa pura, il titolo è Sortilegi. Racconti Africani, in libreria tra qualche giorno, scritto a quattro mani con il francesista italiano Enzo Barnabà.
Saggi economici e racconti, critica dello sviluppo e Africa. Dove sta il legame? «Il più grande antropologo francese Claude Lévy Strauss, ha detto che chi si occupa di scienze sociali è in realtà uno scrittore fallito. È vero, anch'io volevo fare il narratore, ma per fortuna i miei scritti sono rimasti nel cassetto», scherza Latouche.

Tra il 1964 e il 1967 il giovane intellettuale francese ha vissuto in Congo, che allora si chiamava Congo Belga. «Ho visto le prime ribellioni per l'indipendenza - dice – e poi il colpo di Stato che portò al potere Mobutu». Arrivò anche nella zona di Kivu, la stessa che in questi giorni è teatro di un’altra terribile guerra. «Mi sono accorto che i racconti scritti 40 anni fa sono terribilmente attuali. Oggi si ripete un'altra tragedia, nello stesso posto e per le stesse ragioni di allora: il controllo dei metalli preziosi che si trovano nel sottosuolo. Questa è la vera ragione dei conflitti nati in quell'area. Tra l'altro, là si uccidono per materie molto care anche agli italiani, visto che una di queste è il Coltan, essenziale per fare i cellulari. Ricordate, quando li usate, che sono bagnati di sangue africano».

Sortilegi è nato dalla collaborazione con Enzo Barnabà, intellettuale siciliano trapiantato a Grimaldi (Ventimiglia), con la passione per l’Africa. Ha lavorato per l'ambasciata italiana in Senegal e ha potuto conoscere il continente molto da vicino. «Ciò che accomuna i nostri racconti, e il motivo per cui abbiamo deciso di unirli, è lo sguardo scevro di pregiudizi e ideologie, né buonista né cattivista. Quello che chiamo decentramento dello sguardo».

L’Africa non viene mai nominata quando si parla dell'attuale crisi economica mondiale. Ma può avere un ruolo, in prospettiva futura? «Il PIL dell’Africa Sub sahariana è il 2% di quello mondiale - dice Latouche - ma in questa cifra sta il Sud Africa, che è un colosso, e il petrolio nigeriano. Vuol dire che il resto è praticamente zero. Ma in queste zone si può ancora trovare gente che si organizza, che produce gioia di vivere. Il problema, piuttosto, è il sempre maggior numero di africani che vengono influenzati dall'immaginario occidentale. Sono quelli che vengono in massa in Europa».

In generale, però, la crisi economica non è un affare che coinvolge l’Africa. Lì la crisi è quotidiana, capirai se patiscono il crollo dei mutui sub prime. «Recentemente ho sentito un'intervista al Presidente Senegalese Abdoulaye Wade, a cui è stato chiesto cosa pensasse della crisi finanziaria mondiale: lui è scoppiato a ridere e ha detto: “siamo molto preoccupati per voi”. Qualche occidentale ha persino detto che quelli che vivono con un dollaro al giorno subiranno questa crisi più di noi. Balle, chi vive con un dollaro al giorno è già nella merda».

 
 
 
 
 
 
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