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Il lupo mercante di Clara Sereni
 

La meglio gioventů delle donne

 
L'intervista a Clara Sereni. Nel suo ultimo libro racconta ai giovani la generazione del '68. Martedě 6 č ospite a Palazzo Ducale
 
   

     
3 maggio 2008
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«Se si va a vedere il '68 è stato raccontato veramente poco, sia dal cinema che dalla letteratura. Per di più con una grande confusione tra '68 e '77, due periodi totalmente diversi, tra cui passa una generazione. Certo, c'è La meglio gioventù, il mio libro un po' ci assomiglia, solo che nel film i protagonisti sono maschi, mentre questa è una storia tutta al femminile». Così Clara Sereni descrive il suo ultimo libro, Il lupo mercante (Rizzoli, 2007, pp.184, 16.50 Eu), un romanzo corale che racconta l'Italia attraverso storie di donne. Storie parallele e unite allo stesso tempo dal fatto di appartenere ad una generazione che voleva cambiare il mondo. La narrazione è scandita in quattro tempi, che sono anche le fasi fondamentali della vita: la giovinezza, l'impegno politico, il cosiddetto riflusso, la maturità. Ogni capitolo racconta un piccolo frammento di esistenza, ma cruciale e determinante nell'esperienza di una persona e sempre intrecciato con le vicende della storia. La giusta chiave di lettura per raccontare quegli anni, Clara Sereni l'ha trovata in una poesia di Maxine Kumin, Dopo l'amore. «Sono partita da lì, il 'lupo mercante' è una citazione presa da quei versi, che sono stati come uno spirito guida».

Qual è la differenza più grande tra la generazione che racconta e quelle che hanno vent'anni oggi?
«Ci sono tante divergenze, ma anche sotterranee convergenze. Il bisogno di ideali, di valori, la necessità di uno sguardo più lungo sul futuro. Nonostante oggi imperi il massimo individualismo credo non sia finito il bisogno di collettività. Allora c'erano parecchi muri da abbattere, oggi non è più una questione di schierarsi contro, ma per qualcosa».

Allora l'obiettivo era cambiare il mondo. Cosa è cambiato realmente?
«Sono cambiate moltissime cose. Soprattutto nei costumi. Io stessa, mentre scrivevo, mi stupivo di come si sia potuti arrivare, partendo dall'Italia conservatrice degli anni Sessanta, alla società che ha seguito il '68. Per un periodo c'è stata una vera egemonia culturale. Dal punto di vista politico, invece, è mancato l'attacco il cielo: la classe politica è rimasta impermeabile a quella temperie e troppe occasioni di cambiamento sono andate perdute. Questa è una peculiarità italiana, in altri paesi è andata diversamente».

A chi è diretto il racconto de Il lupo mercante?
«Più direttamente a mio figlio, ma ai giovani in generale. Non volevo fare un “come eravamo” e spero che il libro non sia nostalgico. Ho fatto quattro stesure prima della versione finale, cosa che non mi succede mai. Di solito non ho un lettore immaginario».

Cosa è stato più difficile trasmettere nelle pagine del libro?
«La felicità. Ognuno aveva i suoi guai, ma aveva la possibilità di inserirsi in un contenitore collettivo. Felicità voleva dire anche lotta. E poi una grande vitalità, la scoperta delle piazze. La sera, per esempio, andavi in piazza per cantare insieme agli altri. C'era una comunità».

Come ha scelto i capitoli e perché ognuno ha come protagonista una donna diversa?
«È stato difficile, di episodi ce n'erano talmente tanti che poteva diventare una cosa infinita. Una selezione era necessaria, ho preso quelli che mi sembravano più indispensabili. Le protagoniste sono diverse perché volevo sottolineare che si tratta della voce di una generazione».

Di un capitolo è protagonista anche un uomo
«Sì, mi sembrava giusto mettere anche il punto di vista maschile, anche se sono sempre un po' a disagio a mettermi nei panni di un maschio. Se anche i maschi sentissero un po' di più questo disagio a calarsi nei panni delle donne non sarebbe male».

La parola femminismo è citata solo una volta nel libro, come mai?
«Perché non mi sembrava indispensabile. Rischiavo di prendere toni troppo saggistici».

Oggi che chi dice che le conquiste del '68 vanno riconquistate perché molte sono andate perdute anche a causa di qualche sessantottino che ha tradito i valori di un tempo. È d'accordo?
«Non sono d'accordo. Quelli che hanno rinnegato sono comunque una minoranza. Molti hanno deciso di cambiare le cose nel loro piccolo, andando ad insegnare a scuola, o magari facendo il poliziotto, il questore. In parte hanno perso, ma non vuol dire che abbiamo cambiato opinione. Forse come genitori abbiamo avuto qualche responsabilità, perché abbiamo detto ai nostri figli: “non ti preoccupare, a riformare il mondo ci penso io”. Probabilmente il loro disinteresse dipende anche da questo».

Quindi, sono stati i genitori a creare i bamboccioni?
«Un po' sì. C'è la questione del benessere economico, certo. Ma il nostro atteggiamento ha influito. Mentre oggi, guardando al futuro, è importante ripartire da quella che nel libro chiamo organizzazione della speranza. Di cose da dire ce n'è sono ancora molte».

 
 
 
 
 
 
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