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© foto: www.crackweb.it
 

Il Genio: quel 'Pop Porno' poco geniale

 
Il duo leccese autore del tormentone degli ultimi mesi. Tra scuola francese, pop giapponese ed elettronica anni '80. Ma cosa c'è che non va?
 
   

     
Genova, 11 novembre 2008
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di Stefania Pilu (Teardrop)
   

Il Genio, il duo leccese caso discografico italiano degli ultimi mesi, è approdato alla Fnac di Genova, lunedì 10 novembre, per uno showcase. Arrivo tardi per assistere all'esibizione dal vivo, quindi concentro la mia attenzione sulla chiacchierata col pubblico.
Conosco poco la loro musica. Anzi, diciamo che, fino a stasera, non la conoscevo affatto, se escludiamo Pop porno, il singolo che me li ha resi antipatici.
Ecco, sì, mettiamo subito in chiaro la faccenda: questa coppia mi sta musicalmente antipatica.
E se mi chiedete perché, non riesco a spiegarlo. Né a voi, né a me.
Mi ci lambicco sopra da un po': con curiosità, visto l'interesse mediatico che gli ruota intorno, sto ascoltando in loop il loro cd, ben apprezzato dalla critica, e sto leggendo con la debita attenzione tutti i testi del loro album d'esordio. Eppure continuo a non comprendere appieno la mia ostilità all'acqua di rose nei loro confronti.

Alessandra Contini, ex-scenografa, e Gianluca De Rubertis, già tastierista degli Studio Davoli, hanno dato vita ad un esperimento formale non privo di spunti interessanti, in primis ed in estrema, sfacciata e consapevole evidenza la scuola cantautorale francese sposata agli effetti sintetici di un certo minimalismo anni Ottanta, oggi in gran spolvero.
L'intento è ammirevole e non nego che il risultato, nonostante i miei gusti personali siano virati su ben altri sentieri musicali, fili liscio.
Forse, troppo.
A partire dalla copertina dell'album, così parisienne, così "truffautiana", così da Pont Neuf. Per giungere al tubino ovviamente nero indossato da Alessandra durante l'incontro genovese: delizioso. Persino i suoi collant di lana color senape (su di lei) sono assolutamente perfetti.
Oibò: che stia focalizzando uno dei motivi della mia antipatia? Che sia... lei? Bella, sveglia, capelli mori tagliati alla Birkin, occhioni da cerbiatta. E quella voce che non va mai oltre un miagolio da Lolita. I suoi "tic, tac, frush" ne L'applique o la pronuncia rotonda di "capsula Apollo" in Non è possibile suggeriscono quella bambinesca, maliziosa intimità che, ad una femmina ben poco parisienne come me, risultano stucchevoli. Ok, ora che ho confessato la mia sana invidia per questa bella creatura, torniamo a noi.

Durante lo showcase genovese, mi ha colpito l'ostentato desiderio dei due ragazzi di rimarcare il fatto che il loro successo sia praticamente casuale: «Abbiamo avuto il coraggio di presentarci sul mercato con un singolo come Pop Porno, estremamente semplice. Non abbiamo avuto paura della semplicità», spiega Alessandra.
Semplicità un par de ciufoli, eh. Saper bilanciare romanticherie (Tutto è come sei tu, Povera stella) ed erotismo soft in stile "Bella di giorno" come sono stati in grado di fare nel singolo-tormentone di quest'estate o in brani come Il telefono diaframma, così carichi di allusioni sessuali più o meno esplicite (ma non necessarie, diciamocelo), richiede ben più che fortuna: Il Genio sanno essere algidi, ma anche soffici e tormentati, sia nei suoni che nei testi, invero un po' contorti.

Ed è anche questa finta leggerezza, questo distacco, ad irritarmi, probabilmente. È il loro intellettualismo retrò, citazionistico e consapevolmente rielaborato, prima mostrato orgogliosamente e poi negato con ironia imbarazzata, a non farmi apprezzare completamente il loro progetto.
Ci sono o ci fanno? Ci credono o no? Se, inizialmente, senza aver approfondito la conoscenza del loro lavoro, li ritenevo cloni un po' afoni di un certo pop giapponese (non a caso, hanno incluso nell'album la cover di Una giapponese a Roma di Kahimi Karie), ho potuto rivalutarli dal punto di vista tecnico, apprezzando l'originalità della loro ricerca stilistica.
Fatico a fare altrettanto sul piano prettamente commerciale: forse, sono solo giovani e inesperti, col tempo si faranno, sapranno giocare meglio e con maggiore convinzione con quell'atteggiamento bohemienne che i Baustelle o Bugo, per esempio, hanno fatto proprio, senza lasciare interdetto l'ascoltatore medio che qui mi fregio di rappresentare. Per ora, continuo a reputarli antipatici.
Interessanti, ad onor del vero, ma pur sempre antipatici.

 
 
 
 
 
 
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