La stagione lirica del Teatro Carlo Felice, inaugurata dallo splendido allestimento de I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, prosegue con un vero classico, La Bohème di Giacomo Puccini.
Il titolo, che mancava a Genova dal 2003, viene riproposto sotto la direzione di Daniel Oren, da sempre interprete privilegiato di Puccini, e con la regia di Jonathan Miller.
L'allestimento è "coprodotto" dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e dall’Opéra Bastille Paris, e le scene, dettaglio di non poco conto, sono firmate da Dante Ferretti, scenografo di fama internazionale, che ha all’attivo due premi Oscar, sette nomination e dodici Nastri d’Argento per la sua attività in campo cinematografico.
Il cast è composto da Cristina Gallardo Domas nel ruolo della protagonista Mimì, mentre la parte di Musetta è interpretata da Beatriz Diaz; nei panni di Rodolfo e Marcello rispettivamente il tenore Massimiliano Pisapia e il baritono Luca Salsi, per finire con José Fardilha e Arutjun Kotchinian nelle vesti dei due amici di Rodolfo, Schaunard e Colline.
L’opera, pucciniana rappresentata per la prima volta a Torino nel 1896, sotto la direzione di un Arturo Toscanini appena ventinovenne, diede da penare ai due librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, i quali impiegarono ben due anni per stendere un testo che soddisfacesse Puccini, che però dal canto suo impiegò solo otto mesi per musicarlo.
La trama è liberamente tratta da un romanzo di Henri Murger, Scènes de la vie de bohème, che dipinge in maniera vivace e realistica la vita degli studenti e dei giovani artisti della Parigi degli anni ‘30 del XIX secolo: una vita di stenti e rinunce, spesso di vera e propria miseria, che però non prende mai il sopravvento sulla vitalità dei protagonisti. Murger stesso in gioventù aveva vissuto le medesime esperienze che narra, e il romanzo è saldamente ancorato alla vita reale.
In una soffitta del Quartiere Latino un giovane poeta, Rodolfo, si innamora di una vicina, Mimì, che bussa alla sua porta chiedendo un fiammifero per riaccendere la sua lampada. Innamoratisi, i due raggiungono gli amici al Caffè Momus (tuttora esistente), dove giunge anche una focosa fanciulla, Musetta, ex amante di Marcello, pittore della compagnia. Tempo dopo Mimì si lamenta con Marcello della gelosia di Rodolfo, ma quando i due amici si parleranno quest’ultimo rivelerà che Mimì è ammalata di tisi, e che la vita nella soffitta potrebbe pregiudicarne ancor di più la salute; tuttavia i due amanti non hanno il coraggio di separarsi. Mentre gli amici ormai soli sono nella soffitta, entra Musetta che ha portato con sé Mimì, gravemente malata. Il medico non fa in tempo a giungere che Mimì è morta, e Rodolfo si getta singhiozzando sul corpo di lei.
La semplice vita e individualità dei protagonisti riflette perfettamente la realtà della giovinezza di Murger come di quella di Puccini, il quale aveva conosciuto a Milano, quand’era studente, difficoltà e condizioni di vita non dissimili. La Bohème è perciò un’opera di stupefacente verità e naturalezza: nessuna scena è introdotta per effetto “teatrale”, ma tutto è restituito in maniera semplice, diretta, naturale. Non vi si incontrano eroi o scellerati, ma persone modeste, chiare, che hanno dalla loro “solo” spontaneità, sincerità e giovinezza. Puccini disse: “io amo le cose semplici”, ed è effettivamente nella semplicità che tutta la sua arte si esprime al meglio; arte che ora è riconosciuta da tutti come tale, ma che proprio per la sua semplicità un tempo suscitò indifferenza nei critici che tacciarono le opere di Puccini come “prodotti di facile successo”. La perfetta costruzione musicale e drammaturgica, unita all’attenzione per le esigenze del pubblico, ma senza scendere a compromessi sulla qualità del prodotto artistico, sono i cardini attorno a cui ruota la magia della Bohème.
*nuovo vicepresidente dell'associazione Barcaccia