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Ho Freddo
© foto: www.gargoylebooks.it  -  La copertina del libro di Gianfranco Manfredi
 

Vampiri: un mito che non muore mai

 
'Ho freddo' č l'ultimo libro di Gianfranco Manfredi. Una storia ambientata in America alla fine del '700. La nostra intervista con l'autore
 
   

     
Genova, 18 dicembre 2008
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di
Francesco
Cascione
   
C’è un punto in cui romanzo storico, novella gotica e riflessione sul confronto tra scienza e superstizione si incontrano. È in quell'ideale crocevia che si colloca Ho Freddo (Ed Gargoyle, 552 pp, 16 Eur), il nuovo romanzo di Gianfranco Manfredi. I due gemelli Aline e Valcour de Valmont – biologi, scienziati, figli della rivoluzione illuministica prima di quella francese – sbarcano in un’America che - sospesa tra il XVIII e il XIX secolo – è ancora allo stato embrionale e in cui si sviluppano gli eventi connessi con la prima febbre vampirica documentata della storia del Nuovo Continente.
«La scintilla da cui è nato Ho Freddo – ci racconta Manfredi – è stata scoccata dalla lettura di un libretto folcloristico che narrava le antiche cronache dell'infezione vampirica della Famiglia Tillinghast e di altre della fine Settecento. Mi sono chiesto se non fosse il caso di raccontare, invece che dei vampiri immaginari in mantello foderato di rosso e canini sfoderati, delle persone (in genere giovani donne) che davvero vennero considerate vampire e i cui cadaveri vennero riesumati e fatti a pezzi non dal dottor Van Helsing, ma dagli stessi famigliari. Com'era stato possibile tutto ciò? Questa domanda inquietante era anche in Europa all'origine dell’inspiegabile fascino per il vampiro, ma poi ce la siamo persa per strada, confinando il Vampiro nel regno della fantasia, quasi volessimo esorcizzare non lui, ma quello che avevamo fatto ai nostri simili nei secoli passati, violando persino il tabù della morte e convertendo la pietas in ferocia.
Di nuovo: com'è stato possibile? È questo il mistero storico da indagare. Ed è questo che, credo, ci fa ancora fremere di orrore».

Il Vampiro è uno dei temi più trattati delle letteratura - non solo horror - anche ai giorni nostri. Cosa rende questo mito tanto longevo eppure sempre originale?
«Bella domanda, ma la risposta nessuno la sa. Forse è il fatto che il vampiro sia una creatura di confine tra la vita e la morte. Dato che poco ancora sappiamo della vita e nulla del post-mortem, l'idea che tra gli opposti ci possano essere condizioni intermedie ci affascina non poco. Ma più in particolare si può dire che essendo il vampiro un concentrato di contraddizioni (vivo e morto, spirito e carne, potente e fragilissimo, affascinante e ripugnante) lo si può adattare a qualsiasi cambiamento storico, sociale e culturale. L'uomo lupo non ha più senso in una società post-contadina, la mummia non suscita più i turbamenti che causava agli albori dell'archeologia, solo lo zombie ha un'attualità paragonabile a quella del vampiro... ma ormai nei film gli zombi corrono, ragionano, fanno l'amore, hanno rapporti sociali; insomma è come se si siano dissolti nella quotidianità o integrati agli umani, al punto che è diventato difficile distinguere gli uni dagli altri. In altre parole, la metafora si è svelata. Il vampiro invece conserva qualcosa di alieno, di misterioso e inspiegabile. È un simbolo, ma parla ancora al nostro inconscio, come se avesse un'influenza reale su di noi. 
Il periodo a cavallo tra XVIII e XIX secolo – fotografato dal suo romanzo - è stato un periodo in cui la razionalità illuminista cominciava a vacillare sotto i colpi del ritorno alle passioni proprie del Romanticismo. Lei ha scelto il tema della malattia per spiegare questo conflitto. Da un lato la razionalità di Aline e Valcour de Valmont, due scienziati, dall'altro la forza delle soggezioni popolari che spesso diventavano vere e proprie cacce alla streghe.
«La mia generazione (quella degli anni '70) ma anche i progressisti degli anni '60, si erano forse illusi troppo facilmente che la battaglia del pensiero razionale e scientifico contro l'ignoranza fosse ormai vinta. La conquista della luna, l'avvento di nuove tecnologie, la promessa di un benessere che pareva a portata di mano. Per noi ribelli, spiriti liberi d'allora, sembrava non restasse da fare altro che sbarazzarsi delle vecchie infrastrutture politiche, all'ovest e all'est, per poter edificare una società della fratellanza... and no religion too, come cantava John Lennon.
Ma poi è accaduto di tutto e di peggio. Le grandi religioni, e non solo quelle fondamentaliste, per quanto in crisi di vocazione, hanno ripreso quota. Come capita quasi sempre nei periodi di forti contraddizioni e cambiamenti – cariche di epidemie reali e ideologiche e nelle quali le sicurezze vengono insidiate giorno dopo giorno - il pensiero razionale non pare trovare risposte soddisfacenti, facendo in modo che paure ancestrali prendano il sopravvento. 
Ecco perché una riflessione sul post-illuminismo ha una certa attualità. Nel romanzo mi guardo bene dal prospettare soluzioni ideologiche. Mi limito a presentare delle situazioni, come credo debba fare un narratore. Le conclusioni le lascio al lettore». 
Il vampirismo di cui si parla nel suo libro sembra essere la spiegazione illogica a cause biologiche. Il libro da uno spunto interessante: spesso i rimedi ritenuti "aberranti", come quello con cui la famiglia Tillighast si libera della maledizione, visti con alla luce delle conoscenze contemporanee, non solo hanno una spiegazione ma addirittura sono una pratica medica diffusa e radicata: la vaccinazione. Esiste anche oggi un confronto tra scienza e tradizione?
«Nella medicina naturale e tradizionale, a volte persino in usanze tribali di cui ci sfugge il significato, si nasconde un germe di sapienza. La storia della vaccinazione lo dimostra. D'altro canto nel romanzo mostro come anche nella storia della medicina si siano compiuti un'infinità di errori e di orrori, frutto di convinzioni errate o di sicurezze troppo disinvolte. Anche la medicina è piena di pratiche aberranti. Per questo che la fiducia nella scienza non deve diventare fideistica, se non si vuole che la ragione, da strumento critico e tecnico per indagare il reale, diventi un'Ideologia altrettanto dogmatica di quelle religiose. La ricerca della Verità, senza mai smarrire lo spirito critico, è qualcosa che dovrebbe far parte non solo della ricerca scientifica, ma anche di quella religiosa. Senza il dubbio non c'è conoscenza. Noi dobbiamo sempre "sapere di non sapere". Se invece si suppone che la Verità sia data una volta per tutte e rivelata in eterno, che ne siano i Preti o gli Scienziati i dispensatori, i risultati non cambiano. Il mondo dell'Ideologia, come Verità codificata una volta per tutte, è un mondo immobile e autoritario. Mettere in discussione come oggi si fa il relativismo significa mettere in discussione il pensiero critico, la libertà di coscienza e di ricerca individuali e in ultimo, la democrazia stessa».  
Ho freddo racconta anche della storia di un paese in fieri: l'America del XIX secolo. Che paese ha incontrato durante i suoi viaggi per la costruzione del romanzo?
«Sono stato nel Rhode Island durante le primarie del Partito Democratico. Visitavo paesi della costa o persi nelle campagne e ovunque sul prato di villette private, vedevo cartelli messi dagli stessi proprietari che dichiaravano la propria preferenza per Hillary o per Obama, e facevano della loro casa un ufficio elettorale. Non avevo mai visto un simile esempio di campagna elettorale fatta dalla società stessa. In compenso le città non erano abbruttite dai manifesti elettorali. C'era grande discrezione, come sempre c'è stata in America, dove la politica si guarda bene dall'invadere la privacy dei cittadini e persino in televisione, se occupa i notiziari e qualche talk-show, ma in misura molto minore che da noi, mai si permetterebbe di dilagare in tutti i programmi. Poi sono tornato in Italia e c'erano le elezioni. Manifesti ovunque. Televisione e intrattenimento consegnati alla politica. Spazi di propaganda concessi anche a partitini dell'ultimo momento, creati solo allo scopo di apparire in TV, per intorbidare acque già melmose. La differenza non poteva non apparirmi abissale. La stessa differenza, non concettuale, ma materiale, tra democrazia e un innominabile regime, caricatura grottesca della democrazia, che si regge sulla propaganda».
Il romanzo gotico - soprattutto quello italiano - è un genere poco trattato, cosi come lo era - e mi riferisco al suo 'Volto nascosto' - il fumetto che trattasse non solo la storia d'Italia, ma quella porzione capace di generare ancora oggi grossi dibattiti, come quelli che nascono quando si parla delle prime campagne coloniali italiane. Quali sono le difficoltà che ha incontrato proponendo storie e personaggi diversi - anche difficili - rispetto alla tradizione e quali sono le soddisfazioni che questo genere di sfida le ha dato?
«A volte vorrei che mi venisse affidato un lavoro più consueto, perché ho una certa esperienza e credo che saprei farlo meglio e con maggiore originalità di tanti altri, però il mio destino è questo: mi affidano solo le Missioni Impossibili. Può anche darsi che io ci sia portato, non lo nego, e ricavo parecchie soddisfazioni quando trattando un tema ostico, o insolito, riesco lo stesso a farne un racconto "popolare" nel senso migliore del termine. Però vorrei che questa fosse un'opportunità, non un marchio attribuitomi da altri».
Manfredi, oltre a romanziere e autore è anche sceneggiatore di Magico Vento, un fumetto ultradecennale - edito fa Bonelli come Volto Nascosto – ambientato nello stesso spazio, geografico e cronologico, in cui si muovono i protagonisti di Ho Freddo. Inevitabile la domanda su un possibile incontro tra personaggi fatti di parole e quelli di china. Tutt'altro che scontata invece la risposta.
«Assolutamente no. Aline e Valcour sono personaggi letterari. Li ho concepiti così e per quanto mi riguarda resteranno sempre così. Eventuali trasposizioni fumettistiche o cinematografiche non ricadranno - se ci saranno - sotto la mi responsabilità. Io credo nella letteratura. Non scrivo un romanzo sperando che se ne faccia un film. Se voglio scrivere un film scrivo direttamente il film senza passare dal libro. Per me - conclude Manfredi - è la forma di scrittura più completa, più libera, più responsabilizzante che esista. Ed è anche la più interattiva perché è fatta da chi scrive mentre chi legge rielabora il testo partendo dalle sua capacità di immaginazione e dalla sua sensibilità». 
 
 
 
 
 
 
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