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Faber
 

Belin Faber, quanto ci manchi

 
Sono passati 10 anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè. Genova e l'Italia celebrano un poeta. Dalle sue storie emerge l'umanità più vera
 
   

     
Genova, 10 gennaio 2009
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mentelocale di
Luca
Giarola
   

Quell'11 gennaio 1999 me lo ricordo. Ero ad Alessandria e c'era la neve. È morto un poeta, dicevano alla radio, mentre le sue canzoni venivano trasmesse senza sosta.
Sono passati 10 anni da quel giorno e Faber è vivo più che mai. Nel decennale della sua scomparsa l'Italia intera gli sta rendendo omaggio, a partire dalla mostra allestita nella sua Genova. Domani, 11 gennaio, alle 22.50 centinaia di radio italiane trasmetteranno in contemporanea la sua Amore che vieni Amore che vai, e al pensiero che per tre minuti una nazione si possa fermare sulle note di una canzone quasi mi vengono i brividi.

Per me il rimpianto più grande è non avere mai visto un suo concerto. Probabilmente, però, sono tra i pochi ad avere studiato a scuola le sue parole quando lui era ancora in vita: Il pescatore, per esempio, l'ho conosciuto così, tra i banchi delle medie. Me la ricordo ancora la cassettina rossa che girava nel mangianastri, mentre col dito seguivo il testo su un foglio fotocopiato e mi immaginavo la scena dei gendarmi, che si allontanavano in silenzio da quel vecchio sdraiato che se la rideva sotto i baffi.
Erano i primi anni Novanta. Conoscevo già Marinella e Piero, allora, e poco altro. Poi, negli anni, Fabrizio De Andrè è diventato un amico. Ho imparato a conoscere quella sua voce profonda che cantava storie d'altri tempi di una vita ai margini. Ecco, sono soprattutto i suoi personaggi che mi hanno sedotto: assassini, zingari, prostitute, soldati, gente umile e innamorata, a volte abbandonata dal proprio amore e priva di speranze, altre volte pronta a rinascere dalle ceneri di una sventura. Gente così.

In breve tempo ho fatto la conoscenza di tutti loro: Michè, Sally, Princesa, Nancy, il bombarolo, Teresa di Rimini, la povera bimba di Leggenda di Natale, il Tenco di Preghiera in gennaio, Bocca di Rosa, Don Raffaè, per non parlare del Suonatore Jones e di tutti gli altri che «dormono sulla collina».
Ci vorrebbe troppo tempo per elencarli tutti. De Andrè ha cantato un'umanità di cui si parla sempre poco, ma che probabilmente è quella più autentica e vera («se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo», così si chiude La Città Vecchia), e lo ha fatto con parole immortali.
Fabrizio, ci mancherai - dicevano tutti dopo la sua morte. E oggi, 10 anni più tardi, a mente lucida e senza un filo di retorica, io lo ribadisco: belin, Faber, ci manchi per davvero.


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