Un DNA anomalo già ben visibile nel nome, Finnegans Wake. Proprio come l'ultimo romanzo di James Joyce, anche loro amanti di un “pluringuismo”, però, sonoro, attraversando generi e stili, oltre qualsiasi preconcetto.
La band è nata in Belgio nel 1993 ed è composta da musicisti di varia estrazione e provenienza (il poliedrico fiammingo Henry Krutzen, il vallone Alain Lemaître, i brasiliani Alexandre Johnson e Marcilio Onofre, la poetessa tedesca Xochil Schültz).
Nel 2008 la label Altrock di Marcello Marinone ha pubblicato il loro quinto CD, Blue. Il filone è quello privilegiato dall’etichetta alternativa di Sesto San Giovanni ovvero quel “rock da camera” che ama fondere strumentazione elettrica e acustica in un mix compositivo di ardua collocazione, tra repertorio contemporaneo e eretiche propaggini di popular music.
Blue mostra una personalità autonoma di tutto rispetto, pur nell’ottima sintonia con i compagni di catalogo (citiamo, in primis, Yûgen e i bielorussi Rational Diet).
Archi che litigano con chitarre distorte su ritmiche irregolari e impennate vocali degne del più spericolato Sprechgesang. I King Crimson che chiedono il tempo ad uno Schönberg assai riluttante nel vedersi ronzare intorno ragazzacci come i Gentle Giant, Magma, Henry Cow, Univers Zero e un irrequieto Zappa in frack (Magical Cave). Questo il succo. Ma, nel dettaglio, non si escludono prodigiosi sconfinamenti: siamo sorpresi dal “tango” frippiano di Mida o da “interludi” metallici nel cuore di Honfleur La Jolie; ci perdiamo nelle incursioni del mimimalismo elettronico di Blue e di Ents and Things; è letteralmente naufragio nell’onirismo sonoro del jazz lisergico di Vulnavia.
Un lavoro di pregevole qualità ma, sicuramente, non alla portata di tutte le orecchie. Mettiamola così: un geniale grimaldello per aprire la mente a quell’utenza “colta” ancora convinta che l’evoluzione musicale non si sia mai più ripresa, solo perché “qualcuno” - con millenaristica convinzione - ne aveva annunciato la fine. Pensare che eravamo solo all’inizio.