Anche se è morto da un pezzo, Al Capone è famoso da morire. Perché è stato il cattivo per eccellenza, brutto e pure ricco. Guidava macchine velocissime che ai suoi tempi superavano gli 80 all'ora. Fumava sigari. Aveva più cicatrici di Frankenstein. Girava (quasi) sempre col mitra. Comandava una banda di assassini.
Corre voce fosse insomma un gran mascalzone. Ma sapevate che per tutta la vita visse nella stessa casa con la mamma? Che indossava abiti color banana e creò la linea moda per gangster? Abituato a girare spesso disarmato, gli copriva le spalle uno della sua gang che teneva il fucile nascosto in una sacca da golf.
Se volete conoscere un Al diverso da quel figlio di emigranti di Castellamare di Stabia (Napoli), non vi resta che spolverarvi le ghette, saltare sulla vostra limousine e tenervi stretti al vostro cappello floscio. Tenendo in mano Al Capone e la sua gang. Libro scritto da Alan MacDonald e illustrato da Philip Reeve, sfornato un anno fa dalla Salani (pagine 194, 8.50 Eu) che diventa di grande attualità a due giorni dall’anniversario della nascita di Alphonse Gabriel Capone, avvenuta a Brooklyn il 17 gennaio 1899.
Criminale statunitense di origine italiana, considerato un simbolo della mafia, aveva un motto che lo perseguitava come fosse la sua ombra: “Si ottiene di più con una parola gentile ed una pistola che con una parola gentile soltanto”.
Ma questo è solo un dettaglio tra i tanti di cui è farcito questo imperdibile volume, creato a uso e consumo dei ragazzi abituati a sedersi al tavolo per far colazione con tipi poco raccomandabili. Divertente e agile, ma soprattutto da non lasciarsi scappare tra gli scaffali della libreria perché, oltre a far parlare il morto, attraverso il suo diario segreto, vi aprirà gli occhi su un mondo fatto di ferri, talpe e torcibudello.
Solo tre tra i numerosi termini slang che troverete tradotti a fine capitolo. Per spiegarvi che “ferro” è la parola che in gergo malavitoso indica la pistola, che “talpa” è un infiltrato e “torcibudella” un liquore di quart’ordine.