La notizia dello slogan ateista sui bus mi ha lasciato molto perplessa...
Certo, se sto aspettando alla fermata e il bus che mi arriva esibisce lo slogan ateista, non mi pongo troppi problemi, e il mio pragmatismo mi porta a salirci, figurarsi, magari sarei costretta ad aspettare dei quarti d'ora prima che ne arrivi un altro... Ma qualcosa della scritta mi urta un po'.
Sia chiaro, dopo aver letto testi di maestri spirituali ho capito che cos'è l'identità, e non pongo più la mia nella religione; questo mi mette al riparo dal sentirmi offesa da tali slogan. Inoltre ritengo importante che ciascuno possa liberamente esprimere le proprie teorie e convinzioni, la libertà di parola è una conquista incommensurabile, e forse uno dei maggiori vanti che questa società ormai in decadenza possa vantare (almeno in parte); mi sta bene che Odifreddi e compagni scrivano libri e parlino alla televisione delle proprie teorie.
Ma, come dice una canzone di Daniele Silvestri, «lo slogan è fascista di natura», e quella scritta mi investe con la forza arrogante di un dogma, di una verità da assumere, mentre una verità non è, ed io sono costretta interiormente a difendere le mie convinzioni ed elaborazioni personali, frutto di appassionate ricerche interiori e lunghi viaggi nel mondo.
Io credo che, a rigor di logica, a voler proprio andare con i piedi di piombo sulla strada della razionalità, come matematici e scienziati pretenderebbero di fare, sarebbe più corretto assumere una posizione agnostica (dal greco alpha privativo e gnosis, conoscenza, ovvero "non so") piuttosto che atea (sempre alpha privativo e theos, dio, ovvero "non-dio"). Credo che nessuno con la logica sia riuscito a dimostrare l'esistenza di Dio ma neppure sia riuscito a dimostrare la non esistenza di Dio.
Ora, se da una parte capisco l'avversione per la religione, che può essere usata come potente arma di manipolazione di massa, basti guardare il Medioriente e l'operazione di convincimento nei confronti dei Kamikaze, che vengono incitati al suicidio con la promessa di un posto in un paradiso, dall'altra quello che mi spaventa di più di quella scritta sono implicazioni di altro genere.
Il materialismo porta a negare la sacralità della vita, del mondo, delle persone, degli animali ecc. e questa è una limitazione gravissima, significa tagliare via molte delle possibilità della vita e quello che probabilmente è il suo stesso scopo (Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtude e canoscenza).
La cosa veramente importante credo non sia tanto asserire o meno la presenza di un dio, di dogmi indimostrabili e via dicendo, ma cominciare ad effettuare una ricerca nella propria interiorità, cercare di conoscere sè stessi come già i saggi consigliavano centinaia e centinaia di anni fa, fare esperienza, iniziare cercando di capire da dove provengano i nostri malesseri interiori, eventualmente con l'aiuto di strumenti psicoterapeutici, magari provare a meditare, cercare la propria strada alla conoscenza. Dentro di noi c'è un universo da scoprire, e anche capacità ed aspetti bellissimi e inattesi che chiedono solo di essere scoperti ed ascoltati.
Valorizzando e coltivando questi aspetti è possibile arrivare alla porzione di verità che ci è dato conoscere, e a quel punto ciascuno potrà decidere se credere a un dio, a più dei, ad un panteismo o a nessun dio…
Citando un altro grande cantante italiano, l'invito è a «guardare dentro alle cose, c'è una realtà sconosciuta, che chiede soltanto un modo per venir fuori a veder le stelle, e vivere l'esperienza sulla mia pelle».