All'articolo 8, così recita la Costituzione Italiana: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». Evidentemente, però, non lo sono di fronte alla pubblicità.
In tempi di libero mercato, di libero resta ben poco e il mercato, soprattutto nella variante italiana, è soggetto a decisioni che suonano vagamente protezionistiche. A seguito delle indignate proteste di associazioni cattoliche e politici ferventi, l'impossibilità di comprare uno spazio pubblicitario per gli atei della Uaar suona come uno dei tanti fallimenti del liberismo. La dottrina economica del libero scambio, come canterebbero i Baustelle, ha i giorni contati.
Scherza con i fanti e lascia stare i santi: la fede non si tocca e, tanto meno, è soggetta alle leggi di mercato.
Questo, in sintesi, l'insegnamento da trarre dalla vicenda. Il dogma, per sua definizione, è indiscutibile. E chi lo mette in discussione è immorale: a quasi mille anni dalla prima crociata, tanti e significativi passi in avanti sono stati compiuti. Zero.
Nella società del consumo tutto può, ed è stato, commercializzato. Ma di fronte a Dio, anche i potenti mezzi pubblicitari hanno dovuto chinare la testa. Dio c'è. E nessuna discussione. Al cospetto della fede, anche la pubblicità ha un'anima. Una campagna può essere bloccata in nome di Dio: altro primato del tutto italico da esporre in bacheca.
Caro Dio, dato che non posso neppure scrivere che non esisti, mi rivolgo a te fiducioso di essere ascoltato: lo vedi il casino di Gaza, ebbene se ci sei fai qualcosa. Non mi raccontare, però, che il tuo disegno è imperscrutabile, perché è da duemila anni che prendi tempo con la solita storia. Noi uomini viviamo nel mondo tangibile e qualcuno mi ha detto che con lo spirito, ormai, non si lavano neanche le scale.
Resto in attesa di una tua risposta.
Sempre tuo,
Figlio Dubbioso.