Cara Serena,
grazie per la tua lettera che mi ha aiutato a riflettere.
Anzitutto mi associo con convinzione al sostegno della libertà di parola: se non ci fosse non potremmo scambiarci le nostre opinioni come stiamo facendo, ti dico la verità, io non riuscirei con fatica a formarmene una mia senza confrontarmi con gli altri!!!
Ciò detto, mi sembra necessario fare chiarezza. È naturalmente corretto (filosoficamente) affermare che non si può dimostrare l’esistenza di un dio. Tanto meno l’inesistenza, ma precisamente nel senso che non è possibile dimostrare l’inesistenza di qualsiasi cosa. Immagino che tu non ci creda, ma puoi dimostrarmi l'inesistenza della Befana? E di Babbo Natale (a proposito, Babbo è il nome e Natale il cognome, vero?..) e del Sarchiapone? Ma che cavolo è ‘sto Sarchiapone?! Appunto. Pensa a tutti gli infiniti esseri o concetti che possiamo concepire. Dobbiamo sentirci intellettualmente obbligati a considerarne seriamente l’esistenza, dedicando
la/le vita/e nell’appassionata ricerca? Nessuno, immagino, attende le prove prima di escluderne l’esistenza, soprattutto nessuno permette che la sua vita sia condizionata da alquanto improbabili personaggi. Non dimentichiamoci che lo stesso atteggiamento "agnostico" dovrebbe per onestà
intellettuale essere applicato anche alle decine di divinità alle quali, per ragioni di lontananza nel tempo e nello spazio, non attribuiamo maggiore attendibilità di quella che hanno la vecchina con la scopa e l’ilare grassone che distribuisce doni ai bimbi.
L’atteggiamento (anche di numerosi non credenti) muta, e diventa di rispetto e deferenza, se l’attenzione si sposta sul Dio dei cristiani, la Trinità, Gesù Cristo. Come mai? Che cosa ci induce a usare due pesi e due misure?
Mi permetto un consiglio di lettura a tutti quanti sono interessati a questi temi: L'illusione di Dio. Le ragioni per non credere, del biologo britannico Richard Dawkins. Interessante è scoprire che quello del divino è un problema di natura scientifica, perché un universo creato da un dio è completamente diverso da quello che non ne contempla l'esistenza e questo ha
implicazioni concrete per ogni essere umano. In base alle attuali conoscenze, si giunge a constatare come l’esistenza di un dio sia altamente improbabile: la teoria dell’evoluzione fornisce una validissima alternativa scientifica all’idea della creazione. Nel libro citato sono esposte con
chiarezza le argomentazioni al riguardo.
Quanto all’asserita "arroganza del dogma", secondo il Dizionario della Lingua Italiana De Mauro, il "dogma" è: "nel cattolicesimo, verità contenuta nella rivelazione o definita dalla Chiesa come tale, imposta ai credenti come articolo di fede immutabile e assoluto"; per estensione: "principio teorico considerato assolutamente vero e di fondamentale importanza; principio indiscutibile". A mio avviso, anche per ragioni storiche legate al dominio culturale e spirituale della Chiesa Cattolica, molte persone, soprattutto le più aperte e tolleranti, hanno l’ossessione del dogma: non solo di subirlo ma anche di peccare (mai verbo è apparso più appropriato …) in dogmatismo. La campagna dell’UAAR ha senza dubbio lo scopo dichiarato di far riflettere.
Tuttavia, non si può mettere sullo stesso piano chi afferma una verità immutabile, anche di fronte all’evidenza, e chi sostiene con passione la verità (sì verità, non bisogna aver paura di usare questa parola!) fondata sulla ricerca di prove scientifiche. Chi segue la seconda via, ha un’impostazione culturale profondamente diversa, perché si dichiara disponibile a cambiare idea, qualora emergano prove contrarie. Come si può notare, quella scientifica è una verità dinamica, perché sottoposta a costante critica e verifica, a differenza di quella rivelata, che non può che essere immutabile e assoluta. Dogmatico è solo chi sfida apertamente l’evidenza dei fatti. Invece, si fa spesso grande confusione, attribuendo alle verità scientifiche un carattere di indiscutibilità che è esattamente l’opposto della corretta impostazione scientifica, che per definizione mette costantemente in discussione se stessa. Nel metodo scientifico la critica
non solo è ammessa, ma è il fondamento del metodo stesso!
La concezione dell’ateismo esposta nella tua lettera, poi, si fonda su un altro enorme equivoco: si ritiene che chi esclude Dio dal proprio orizzonte, non sia in grado di vivere una vita piena, felice, capace di stupore e perfino di contemplazione di fronte alla bellezza dell’universo (o degli universi?...). Si tratta di un’idea profondamente errata. Non escludo che possano esistere persone di questo genere, ma non mi sento onestamente di attribuire la loro aridità all’ateismo.
In ogni caso posso parlare per me: nella mia vita ho fatto esperienza di una profonda conversione. Nella mia nuova condizione, provo uno straordinario senso di libertà. Non sono così ingenuo da non vedere i gravi problemi dell’umanità, anzi ne soffro; ciononostante, quando contemplo la natura, il mondo mi appare inspiegabilmente meraviglioso, la vita, anche la mia piccola stupida vita, degna di essere vissuta, il tempo, il mio tempo, preziosissimo mi sento parte non solo di un quartiere, di una città, di un popolo, ma dell’intera umanità e parte del pianeta che è il mio ambiente: cerco di rispettare tutti gli esseri e le cose, non solo la vita umana, proprio
perché so che anch’io, homo sapiens, provengo da quelle forme di vita che è segno di ottusità e presunzione definire "inferiori". Per me la vita interiore è importante, come lo sono l’arte, la poesia e la bellezza, di cui faccio quotidiana, sorprendente scoperta. Sì, lo ammetto: nonostante le
mille difficoltà della vita, da quando mi sono convertito all’ateismo sono più sereno.
Cordiali saluti