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La storia, le sue vittime e il senso di essere uomini: questi i temi della mostra di Pietro Geranzani. A Palazzo Ducale dal 24 gennaio
 
   

     
Genova, 23 gennaio 2009
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di
Marta
Traverso
   
Un dipinto di 'Ombre ammonitrici'
Un dipinto di 'Ombre ammonitrici'

Ombre ammonitrici è un film di Arthur Robinson del 1923. Queste due parole rappresentano per l'artista Pietro Geranzani, nato a Londra ma che vive a Genova dall'età di nove anni, l'essenza delle riflessioni che vuole evocare tramite la sua mostra. «Le ombre sono l’essenza del cinema espressionista. Pensate al Nosferatu di Murnau: lo spettatore non vede lui direttamente, ma prima l'ombra incombente e minacciosa delle sue mani, simbolo di un pericolo imminente. Ammonitrici è invece lo scopo di queste opere, che devono ricordarci quali importanti lezioni la storia ci insegna».
Con queste parole Geranzani ci spiega il titolo della mostra che inaugura sabato 24 gennaio alla Loggia degli Abati di Palazzo Ducale. Diciassette dipinti, nove disegni, una scultura e un video, articolati su diversi nuclei portanti, sono la summa di una riflessione dell'autore «sul senso del nostro essere umani». Punto di partenza ideale è la tragedia per antonomasia del ventesimo secolo, la Shoah, in concomitanza con la Giornata della memoria che ricorre il prossimo 27 gennaio.

La mostra viene introdotta dal curatore Gianfranco Bruno, che spiega che «lo stile può essere definito realista, ma non nel significato comune di un'arte che riproduce fedelmente la realtà che ci circonda, quanto di una capacità di comprenderne a fondo le problematiche e saperle interpretare con profonda sensibilità. Avrebbe potuto dipingere dei soldati, o immagini dei campi di concentramento, ma la sua arte invece sublima i contenuti, evita la narrazione e si rapporta al reale tramite concetti che evocano il medesimo senso di tragedia».

E anche se Adorno diceva che "dopo Auschwitz non si può più fare arte", in molti dopo la deportazione hanno in essa cercato la valvola di sfogo per dare un senso alla sofferenza che hanno vissuto. Spesso non riuscendoci, come dimostra il suicidio di Primo Levi, uno dei più illustri sopravvissuti italiani. Ed è proprio Levi uno degli autori citati da Geranzani, insieme alla poetessa Nelly Sachs: «è quasi impossibile trovare un rapporto di comunicazione che vada oltre la semplice testimonianza dei fatti, perché tutti si rendano conto veramente di cosa è successo allora. Noi parliamo in astratto di un evento dandogli tanti nomi, Shoah, Olocausto eccetera, ma ci dimentichiamo che ognuno di quei sei milioni di morti era un individuo che aveva una sua storia, che è stato gettato in una fossa comune lasciandogli come unico segno d’identità un numero sul braccio».
E tema delle prime opere sono proprio i morti anonimi di ogni conflitto, passato e presente: a introdurre la mostra l'unica scultura, un body bag in gesso che rappresenta simbolicamente tutti questi «mucchi di corpi imballati così come viene in sacchi o lenzuola», e nella stanza successiva una serie di quadri che riproducono il medesimo soggetto.

Passando oltre, due quadri speculari che raffigurano il Golem, la figura mitologica per eccellenza della tradizione ebraica. Ed è sempre Geranzani a raccontarne la leggenda: nel 1600 un rabbino di Praga aveva realizzato un fantoccio di fango e gli dava vita tramite riti cabalistici, scrivendo sulla sua fronte la parola ebraica Emet, verità. Il Golem diventava un servo, che proteggeva le comunità ebraiche nella zona. Quando poi voleva disfarsene, bastava cancellare la E iniziale e la parola diventava Met, morte. Questa leggenda vuole rappresentare «l'arbitrio che alcuni uomini hanno sulla vita e sulla morte di altri uomini, lo stretto rapporto che lega vittima e carnefice». Il primo dipinto è l'Emet, la nascita del Golem, e il secondo si richiama alla storia di San Cristoforo, scelto da Dio per sorreggere il peso del mondo e dei suoi mali: un'impresa destinata inevitabilmente a fallire, dunque al Met, alla morte del Golem.

Dopo una serie di disegni raffiguranti carcasse, l'autore mostra in alcuni dipinti il contrasto fra ciò che sta sopra, il firmamento, e ciò che sta sotto, i piedi umani: questa parte del corpo rappresenta il nostro ancoramento a una vita terrena dove tutto è caducità, mentre le riproduzioni del cielo visto dai telescopi (una delle quali è la copertina scelta per il catalogo della mostra) vogliono essere il tentativo di «costruire un percorso immaginario di speranza per ciascuno di quei morti anonimi».

In chiusura è proiettato su una parete un video di sette minuti, accompagnato dalla poesia Oh, i camini di Nelly Sachs. L'immagine di partenza è un fuoco, che poi si trasforma in fumo nero, e così via finché la cenere non si disperde fino a lasciare lo schermo completamente bianco. «Questa è la fine che fa ogni deportato, passando attraverso quei camini descritti nella poesia. Diventa, appunto, cenere».

 
 
 
 
 
Ombre ammonitrici
Loggia degli Abati - Palazzo Ducale - piazza Matteotti 9 - Genova
010 5574000 - fax 010 5574001
www.palazzoducale.geno...
Orari d'apertura: marted́ - sabato ore 10.00 - 13.00 / 15.00 - 18.00; Note: 24 gennaio - 15 febbraio 2009
ingresso libero
A cura di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura

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