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Luca Carboni: «torno alle origini»

 
L'intervista all'artista bolognese. Il suo ultimo disco è un omaggio alla musica d'autore anni '70. Venerdì 30 @ Fnac, e a marzo in tour
 

 
   

     
Genova, 27 gennaio 2009
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di
Daniele
Miggino
   
Luca Carboni
Luca Carboni
 
Musiche ribelli - Luca Carboni
Il disco contiene alcune cover di canzoni di cantautori degli anni '70, con l'eccezione di Up patriots to arms di Franco Battiato, che è del 1980. L'album è stato anticipato dal singolo Ho visto anche degli zingari felici, tratto dell'omonimo album di Claudio Lolli, cantato insieme al produttore dell'album Riccardo Sinigallia, che con Carboni ha curato gli arrangiamenti; Sinigallia duetta anche nel brano La casa di Hilde. Dopo molti anni in cui i suoi dischi erano pubblicati solo in formato CD, Carboni ha voluto che Musiche ribelli fosse stampato anche in vinile. [Wikipedia]

Tracce
1) Ho visto anche degli zingari felici (testo e musica di Claudio Lolli)
2) Raggio di sole (testo e musica di Francesco De Gregori)
3) Venderò (testo di Eugenio Bennato; musica di Edoardo Bennato)
4) Eppure soffia (testo di Pierangelo Bertoli; musica di Alfonso Borghi)
5) Vincenzina e la fabbrica (testo e musica di Enzo Jannacci)
6) Musica ribelle (testo e musica di Eugenio Finardi)
7) La Casa di Hilde (testo di Francesco De Gregori e Edoardo De Angelis; musica di Francesco De Gregori)
8) Up patriots to arms (testo e musica di Franco Battiato)
9) Quale allegria (testo e musica di Lucio Dalla)
10) L'avvelenata (testo e musica di Francesco Guccini)

Luca Carboni guarda la classifica dei dischi più venduti della settimana. Il suo Musiche ribelli - uscito da pochi giorni (il 16 gennaio 2009 per la precisione) - sta scalando le posizioni. Lui, sornione, commenta: «pare sia partito bene, c’è abbastanza interesse per questa esperienza un po' diversa di scrittura». È il primo disco di cover di Luca, un omaggio ai cantautori della sua infanzia: Dalla, Jannacci, De Gregori, Guccini, Lolli, Bennato, Bertoli, Battiato, e Finardi, che con la sua Musica ribelle ha ispirato anche il titolo.
Sempre un po' in sordina rispetto ai media, rifugiato nella sua Bologna, ci vuole un po' per realizzare che Luca ha sfornato una serie di canzoni già piazzate nella storia della musica italiana, 14 dischi in 25 anni di carriera (passando indenne attraverso gli anni Ottanta), che lo hanno reso uno dei cantautori più amati dal pubblico. Con questo lavoro - sulla scia di Fleurs di Franco Battiato, come lui stesso afferma - rende omaggio alle proprie origini artistiche, ma non solo.

Sono stati questi grandi nomi della musica ad instradarti verso la carriera che hai fatto?
«Mio padre obbligò me e miei cinque fratelli a studiare pianoforte. A me la musica piaceva, anche se non impazzivo per l'aspetto musical-didattico. Ma in casa si ascoltavano tutti questi artisti, e altri, tra cui Battisti, di cui mia sorella era una grande fan. Loro mi hanno insegnato ad utilizzare la musica per dire cose. Insomma, se fossi stato figlio unico avrei avuto meno stimoli…»

Oltre ad aver segnato la tua vita, hai scelto questi cantautori perché i loro brani - tutti degli anni '70 - sono in qualche modo ancora attuali. Che cosa secondo te contraddistingue quella generazione di autori?
«Negli anni Settanta erano nuovi, non solo musicalmente. Ha fatto una rivoluzione anche estetica dopo un decennio, i Sessanta, molto intenso. Se Finardi univa folk e rock, a Guccini bastava una chitarra e un fiasco di vino. In più hanno scritto canzoni che rimangono, dense di valori universali, anche se allora sembravano legate ad un contesto e un'epoca precisi, e all’ambiente di sinistra».

È stato difficile selezionare i brani?
«In teoria era difficile perché questi autori hanno fatto tantissime belle canzoni. Però io ho scelto una strada precisa: ho messo i brani che mi hanno colpito, evitando i più famosi, che sono già molto celebrati. Tolte Musica Ribelle e L’avvelenata, le altre sono meno conosciute».

Cosa deve avere un cantautore per durare così tanto nel tempo?
«L’unicità di ogni artista è molto importante. Bisogna avere la possibilità di essere originali, di essere se stessi. Diversità e libertà sono ingredienti fondamentali. Io sono stato unico, mio malgrado, perché negli anni ’80 le case discografiche hanno fatto pochissimi contratti con cantautori. Insomma, non ho avuto compagni di viaggio. Solo all’inizio degli anni Novanta è nata una nuova generazione».

Quest'anno si celebra il decennale della morte di De Andrè. Anche lui ha influenzato la tua crescita artistica?
«De Andrè era un altro di quelli che in casa si sentivano sempre. La Buona Novella, Spoon river. Non a caso ho tentato di mettere nel disco anche Via del campo, ma non sono riuscito a cantarla in modo soddisfacente e l'ho tolta. Ma lo ricorderò nei live sicuramente».

Altri esclusi?
«Pino Daniele, perché cantare in napoletano non è il mio forte. Paolo Conte, e altri. D’altra parte quelli che ho inserito non sono gli unici che stimo. Non si può mettere tutto».

Si vocifera che ci sarà un secondo volume. È vero?
«No, per ora sono contento del lavoro che abbiamo fatto, io e Riccardo Sinigallia (produttore del disco ndr). Questo lavoro mi ha arricchito molto, spero di farne tesoro per il mio prossimo album di inediti (che dovrebbe uscire a fine 2009 ndr)».

A proposito di Sinigallia, come avete iniziato a lavorare insieme?
«Ascoltavo i suoi dischi e mi piacevano. L’ho conosciuto dopo un suo concerto a Bologna. È nata così. Mi piaceva l'idea che due cantautori di generazioni diverse (Sinigallia ha una decina d’anni meno di Carboni ndr) si cimentassero con l’opera di una generazione ancora precedente».

Hai detto che gli anni Settanta sono stati gli ultimi in cui era tutto vero. Cosa intendevi?
«Ogni epoca ha i suoi strumenti. Dal punto di vista musicale tutti abbiamo sperimentato nuovi canali negli anni Ottanta: l’elettronica. Prima era tutto più autentico. Nelle registrazioni – imperfette - sentivi anche gli errori, le emozioni. Ma questo non vuol dire che le cose fatte dopo abbiano meno valore».

Conosci Genova? Che ne pensi?
«Beh, sì. Dall’84 a oggi ci sono venuto spesso a cantare. E poi ho giocato a Marassi con la Nazionale Cantanti. Mica roba da poco. Nella mia testa Genova è molto simile a Bologna, ma ha il mare. E io ho sempre desiderato avere il mare a Bologna…».

A proposito di Bologna. Ma è vero che è cambiata in peggio, così si sente, negli ultimi anni?
«A me sembra che tutta questa retorica su Bologna non sia fondata, non sono così pessimista. Oggi io ho un bimbo, non esco più tanto, ma un paio di osterie vicino a casa ci sono, dove spesso incontro amici, come gli Skiantos. I locali sono cambiati, ma ci sono. I gruppi suonano. E poi gli studenti mica li puoi mandare a letto alle undici…».

A proposito di ragazzi. C’è qualche cantautore giovane che ti ha colpito ultimamente?
«Riccardo Sinigallia mi ha colpito molto. Anche se cerco di essere molto attento, non conosco tra i più giovani realtà interessanti, voci nuove».

 
 
 
 
 
 
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