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Lost
 

«La ricetta di Lost? Soldi e qualità»

 
L'intervista con l'autore e produttore americano Craig Wright. Ha lavorato anche in Six Feet Under e Dirty Sexy Money. Sabato 31 è al Ducale
 

 
   

     
Genova, 30 gennaio 2009
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di
Daniele
Miggino
   
 
Gli invisibili al Festival di Valle Christi 2008
Craig Wright non è mai stato in Liguria prima di questi giorni. Ma un suo spettacolo è arrivato prima di lui. Merito di Kiara Pipino, regista e direttore artistico del Festival di Valle Christi, che nel calendario dell'edizione 2008 ha inserito la traduzione italiana di un testo di Wright, dal titolo Gli invisibili. Come vi siete conosciuti? «Conoscevo la sua opera - dice Kiara Pipino - e quando sono andata a Los Angeles ci siamo incontrati anche di persona». Che cosa ti ha colpito della sua scrittura, tanto da portarle un suo spettacolo in Italia? «Il suo linguaggio estremamente contemporaneo. Il fatto che analizzi situazioni assurde con una lucidità che appare normale. E la sua sottile ironia, che rende più accettabile le situazioni più tragiche». Gli invisibili racconta la storia di due prigionieri in un carcere: l'uno messo dentro dal potere, l'altro dall'opposizione. Entrambi sono pronti a fare o dire qualsiasi cosa pur di uscire, ma non sanno perché sono stati imprigionati e cosa potrebbe renderli di nuovo liberi. [D.M]

Dove si porta una persona che non è mai stata in Liguria per fargli strabuzzare un po' gli occhi dalla meraviglia? A Portofino, of course. Finché non sarà finita la copia del borgo marinaro che stanno progettando a Dubai, l'Italia è ancora l'unico posto dove si trova questo scenario. Così, quando gli telefono, Craig Wright sta salendo verso il faro. È in leggero affanno, ma riesco a fargli qualche domanda.
Commediografo, sceneggiatore, produttore, Wright ha esordito come autore teatrale - raggiungendo una nomination al Pulitzer con Pavilion - per poi dedicarsi alla TV. Ha iniziato nel 2001 con la serie Six Feet Under - ambientata in una famiglia che gestisce un'impresa funebre - per poi entrare nel cast di autori dell'arcinota serie Lost. Nel 2007 ha creato, diretto e prodotto la serie Dirty Sexy Money, andata in onda sull'emittente ABC. Insomma, se ultimamente si parla tanto di come i serial TV abbiano dato una sterzata alla deriva della televisione, lo si deve a tipi come lui: a quelli che si vedono poco ma scrivono tanto, e bene.

Allora, com'è Portofino?
«Bellissima, veramente bellissima».

È stato fortunato, oggi c'è il sole, ma per domani danno pioggia, freddo, neve...
«Sì, beh, d'altra parte lucky è il mio nickname preferito».

Parliamo di TV. Quali sono le maggiori difficoltà per un autore di serial?
«Tenere un giusto equilibrio tra quello che vuoi esprimere e le esigenze del creatore dello spettacolo. Chi produce ha interesse che la serie funzioni, ma un autore non può essere bravo se non scrive dando qualcosa di suo. Bisogna coniugare le due cose».

Le serie TV come quelle in cui ha lavorato sono molto seguite e di alta qualità. Dov'è il segreto?
«La TV ha goduto di due cambiamenti. Il primo è l'avvento del cavo. Network come HBO (che trasmette o ha trasmesso Lost, The Sopranos, Oz, Sex and the City ndr) hanno alzato gli standard di qualità. Oggi gli spettatori pretendono prodotti di maggiore qualità rispetto al passato. Il secondo aspetto riguarda gli investimenti: il successo di queste serie ha portato più soldi. L'episodio pilota di Lost è costato 14 milioni di dollari, quello di Dirty Sexy Money 7 milioni. Sono cifre che superano il budget di un film indipendente».

E dal punto di vista dei contenuti, qual è l'asso nella manica?
«Ormai il pubblico non si accontenta di serie sempre più complicate, vuole anche la "vision", l'aspetto visivo».

Lei è sia autore che produttore. Qual è il ruolo che preferisce?
«Produrre uno show è un po' come avere una grande famiglia, è molto divertente. Ma all'epoca di Six Feet Hunder, con 13 episodi per serie, era più gestibile. Nelle serie con 23 episodi diventa un lavoro massacrante, roba da 24 ore al giorno. Non fai altro».

E, come se non bastasse, è anche un musicista.
«Sì suono ancora di tanto in tanto, ma non come prima (Wright è stato leader della rock band The Tropicals e membro dei Kangaroo, con cui ha pubblicato due album: Phantom e Skyscraper Spaceship ndr). Ho scritto alcune musiche per lo spettacolo tratto da Winter's tales di Shakespeare».

Se le dicessero di scegliere tra teatro, tv, cinema e musica, cosa sceglierebbe?
«Teatro, senza dubbio».

Progetti futuri?
«Sto preparando cose per parecchi teatri che mi hanno contattato, e una serie TV che dovrebbe andare il prossimo anno sulla TV via cavo».

Tornerà presto in Italia?
«Beh, no so. Anzi, sì, verrò sicuramente alla prossima edizione del Festival Valle Christi a Rapallo (vedi box a fianco ndr)».

 
 
 
 
 
 
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