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At work dei Rational Diet
At work dei Rational Diet
 

Rational Diet: un po' camera un po' rock

 
'At work' č l'ultimo album della band bielorussa. La lezione classica di Prokof’ev, Shostakovich, Gličre. E una vena di King Crimson
 
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Genova, 3 febbraio 2009
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di Riccardo Storti
   

Continuiamo la nostra rassegna discografica ai bordi dell’etichetta milanese AltrOck.

L'importante è crederci. Qualche anno fa, Marcello Marinone – patron della label – ci aveva parlato in termini entusiastici di un'insolita compagine (un ensemble cameristico fuso in una rock band) proveniente dalla lontana Bielorussia. Alla fine (o all’inizio?), decise di produrli, i Rational Diet. Era il 2007. Intanto questi giovani musici di Brest e dintorni continuano a generare suoni sempre più ordinati su spericolati spartiti. Così nel 2008, il bis, At Work per un rock da camera, forse, meno votato all’improvvisazione, eppure sempre “deciso” e determinato nella realizzazione di concetti da trasformare con estrema naturalezza in materia musicale.

Si parte in quarta con Pukhow, un valzer sezionato facendo leva sulle microlesioni provocate da un metronomo teppista. È lui il vero regista delle forme “evolutive” scolpite da chitarre distorte, archi sinistri, fagotti stravinskiani lasciati in balìa di un pianoforte dall’incisiva instabilità nevrotica.
Ma la metamorfosi dei generi trova alta espressione nelle allusioni “boogie” di Dear Kontrabandist, presto sovvertite da interventi vocali sopranili e da improvvisi staccati su cui si muove un grottesco fagotto, in lieta chat con violino e violoncello. Idem accade nelle miniature Wet Moss – un tango ridotto in macerie – e The Mourners (un adagio crimsoniano per chitarra e organo).

L’album corre spedito sulle flessioni ambiguamente oriental-klezmer-jazz di Closed Case e di Ariel’s Last Dream: Birobidjan (dove ci sono pure ottimi tentativi di “fuga”…). In realtà, appena lo spettro acustico prevale, si percepisce soprattutto la lezione “classica” del camerismo sovietico novecentesco (Prokof’ev, Shostakovich, Glière e, più recentemente, Schnittke). È evidente nella parte centrale di Horse Army, sino a quando la batteria – complici basso, sax e chitarra – non ci riportano in un terreno più “rock”. Ma – attenzione – il “rock” qui è solo un abbecedario di moduli da incastrare – quasi cubisticamente – su un portato “colto”.

La long track Condemned è la dimostrazione di tale teorema: percussioni e violino rimandano ai King Crimson dell’irripetibile trilogia (Lark’s Tongues in Aspic, Starless and the Bible Black e Red), ma la regolarità – quasi calcolata – della scrittura sviluppa un condensato di influenze storiche, oltre quanto già citato, in direzione di ulteriori titolati (e isolati) “maestri” (Bartók, Ives, Varèse).
Chiusura in 3/4, quasi a richiamare la prima traccia, ma con un controllo della dissonanza che ruota attorno alle linee da berceuse di una melodia cantata e accompagnata da organo, violino e sax. Qui, i Rational Diet sembrano quasi guardare a Nord, tra Estonia e Islanda, al bivio tra Arvo Pärt e i Sigùr Ròs. Pare che da quelle parti la musica vada avanti; non ci si ferma alla ricerca regressiva dell’imitazione. E anche in Bielorussia non scherzano.

 
 
 
 
 
 
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