Parlano parlano parlano. Si interrompono di continuo, si disturbano e stuzzicano in modo dispettoso ferendosi nei punti più scoperti. Jurij Ferrini e Corrado D'Elia sono in scena i due fratelli Lee e Austin, ritrovatisi per caso(?) o per necessità nella casa della madre, partita per l'Alaska(?) in Vero West di Sam Shepard, per la regia di Sergio Maifredi, su musiche di Bruno Coli. In scena al Duse fino a domenica 8 febbraio.
Come in un dramma familiare o in un play pinteriano è proprio l'ambiguià della situazione (vedi punti interrogativi sopra), i molti non detti a costruire una forte tensione di un dialogo estremamente fluente e semplice, quasi sincopato, che mima l'intimità di un rapporto familiare in parte incrinato da antiche incomprensioni.
Costruita a quadri progressivi che vedono ora Austin ora Lee dominare l'immaginario ring su cui si consuma un confronto psicologico, la storia vuole che questo incontro - i cui presupposti non sono ben chiari né definiti - diventi un momento epocale, quello che ognuno dei due fratelli ha sempre in qualche modo sognato: essere nei panni dell'altro, sapere come ci si sente a essere alla macchina da scrivere come Austin, oppure vivere per tre mesi nel deserto senza paura come sa fare Lee. Deux ex machina Roberta Kalia nel ruolo di una produttrice cinematografica - una presenza un po' macchinosa, un agente esterno non perfettamente amalgamato con lo stile interpretativo. La donna si appassiona alla natura terricola e volgarmente umana di Lee e del suo progetto per un moderno film Western alla Kirk Douglas, letteralmente mollando il progetto in corso con Austin e quindi la sua sceneggiatura. L'unica possibilità che resta a Austin è diventare sceneggiatore del fratello.
La naturalezza con cui Ferrini rende il sorprendente Lee, pezzente-letterato, incapace di scrivere ma profondo conoscitore delle cose del mondo persino delle più esclusive - come le regole del golf, per esempio - non trova un corrisponde perfetto nell'interpretazione che D'Elia dà del personaggio certo più fragile, debole e complessato di Austin. La spavalderia e la goffagine di Lee/Ferrini dominano in scena contro lo stile dandy un po' affettato dell'Austin di d'Elia. Sarà la trasformazione a far riguadagnare terreno a Austin/D'Elia, sarà il momento stesso in cui sfida il fratello indossando il suo sgualcito soprabito di pelle nera e ubriacandosi, che innescherà una rivincita anche sul palco, burlandosi della lotta impari tra l'uomo Lee e la macchina (da scrivere), o tornando in scena con un mazzo di tostapane che costruirà una parte farsesca e tragica più convincente.
"Non c'è più niente di reale portami con te nel deserto"
"Ma secondo te io l'ho scelto? Ho imparato a vivere là, ma tu non sopravviveresti".
In un continuo sottostimare le capacità dell'altro i due fratelli si spiano, si studiano si misurano come due criminali tesi all'idea che l'altro possa annientarli. I pallidi ricordi d'infanzia sono solo brevi sprazzi di comunione e intesa, ma è la vita dell'altro l'unica soluzione. Prendere la vita dell'altro ad ogni costo e con ogni mezzo il fine ultimo, rispettando il balletto degli affetti e delle pulsioni contrastanti - molto efficace quello muto e silenzioso tra Austin e la produttrice - la scena concede spazio a una pièce a tratti anche molto divertente che in più punti si veste di toni gotici, da commedia, ma anche da teatro della minaccia.