Se comprando il biglietto per Boris Godunov - in scena al Teatro dell'Archivolto di Genova ancora stasera sabato 7 febbraio - pregustavate di vivere il terrore come in uno straordinario e ipermoderno Luna Park, avete capito male. Come si può spettacolarizzare il gesto estremo frutto di soprusi, morti e diritti negati che nel 2002 era entrato nel nostro immaginario attraverso l'eco mediatico dato al sequestro di oltre 700 civili nel Teatro Dubrovka di Mosca? Paura in scatola come qualunque altro bene di consumo?
Non è così. La Fura dels Baus ha imboccato la strada del teatro narrativo e multimediale, e l'aveva già dimostrato con il grandioso F@ust 3.0 (1997), con XXX oppure qualche anno fa portando in scena La metamorfosi di Kafka. Quello che ci viene proposto quindi appartiene a un nuovo corso per la Fura che sta sperimentando, con la sua carica dinamitarta e dirompente la collisione epocale tra realtà e finzione, mettendo in scena la realtà come fosse teatro, come partitura altrettanto scritta, come rivendicando la necessità hic et nunc di scrivere e fissare l'epica contemporanea. È la letteratura che ospita il racconto contemporaneo, la Storia. È un'espressività contrastiva e ribelle quella della compagnia catalana, che non riconosce e non cede ad alcun codice prestabilito, ma parte propria dall'idea sovversiva di frantumarlo. Con Boris Godunov il confronto è con il concetto stesso di storiografia e di chi ha il diritto di scriverla la Storia: se i grandi o i piccoli uomini, se gli eroi o le eroine, se le persone semplici divenute combattenti per sete di vendetta e per placare il proprio dolore, se replicando la formula del dittatore che sale al potere come liberatore essendo in realtà l'assassino di un innocente, o se ricostruendo il paradosso di lottare per la vita e la libertà di un popolo aggredendone un altro con la stesse armi mostruose e disumane.
Dopo la violenza, la carnalità di alcuni grandi lavori, certo il nuovo fare teatro della compagnia catalana va in scena come versione addomesticata. E anche ieri sera alla prima nazionale di Boris Godunov, all'Archivolto, la reazione più diffusa tra le file della platea si è esplicitata nel commento: «Mi è piaciuto solo a metà» oppure «Non mi ha convinto». Ma il fermento e la necessità di confronto dei punti di vista nel foyer è stata intensa, accesa, come l'emozione contenuta e non esplosa, come l'aspettativa delusa ma non del tutto, per uno spettacolo costruito con grande e geniale perizia e tecnica teatrale.
Dove il ritmo è costruito attraverso continui cambi di luci, costruiti da contrasti di intensità e fonti luminose (sul palco e in platea o in sala); articolazione e moltiplicazione del suono che è musicale o crudo rumore, ma anche simbolico rimando ad altro (pulsazione del corpo; agitazione di mezzi e persone, grida, voci concitate), o ancora frutto di voci off, registrate o in scena come trasmesse dalla radio (e anche qui il gioco della fonte e della direzione collabora alla moltiplicazione dei livelli di percezione); investimento nelle immagini, per esempio quelle della scenografia che ci porta a Mosca dentro il dramma di Alexander Puskin e che proiettata su tele verticali girevoli apre su la monumentalità austera del regime o ci conduce con uno stratagemma fotografico in una passeggiata con uno sfondo che ruota a 360° e si muove con noi; e poi il video frutto di telecamere a circuito chiuso in grado di portare il palco nel foyer e nei corridoi o nel backstage dell'edificio teatrale, aprendo la scena a spazi preclusi, anche convenzionalmente al pubblico (foyer, camerini, attrezzerie), portandoci là dove non è permesso, o previsto, o proiettando i nostri corpi inermi sulle poltrone come nuova scenografia, coro di vittime ammutolite in attesa di sentenza.
L'indiscussa genialità artistica non è però riuscita a costruire la tensione. La replica poco interattiva dell'azione terroristica e intimidatoria nei confronti di un pubblico di civili a teatro per vedere uno spettacolo, quindi totalmente ignari e forse persino schierati dalla parte dei guerriglieri non ha smosso le corde emotive, non si è trasformata in una distribuzione di terrore con vuoto a rendere. Quello che è successo però è che Dubrovka è diventato il copione di una tragedia ma anche di un dramma storico al pari di Macbeth, Amleto, Riccardo III o Giulio Cesare per riflettere su potere e violenza. Il fine giustifica il mezzo? Per il bene di chi è oppresso è giusto terrorizzare e uccidere? La memoria storica non dovrebbe evitare agli stati e ai governi di replicare gli orrori del passato? La rappresentazione artistica può contribuire alla storia e alla memoria?
Due storie si sovrappongono. Ma se continuiamo a scinderle non vediamo il Boris Godunov preparato da La Fura, la materia è troppo fresca e cerchiamo in essa il gusto orrifico della crudità quando invece è parabola.