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Delirium
 

Tornano i Delirium con 'Il nome del vento'

 
Presentato all'inizio di febbrario il nuovo album del gruppo. Fedele al proprio DNA, non rinuncia ad aperture in avanti. La recensione dalla community
 
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17 febbraio 2009
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di Riccardo Storti
   
Dopo una gestazione durata oltre un anno, finalmente ci siamo. Delirium, capitolo quattro. O meglio, Delirium International PROGressive Group: membri storici (Di Santo, Grice e Vigo con l’appoggio esterno di Mimmo Di Martino) più innesti dal 2003 (Chighini e Solinas). Un CD nel segno della continuità, presentato a Milano oltre una settimana fa, e prodotto dall’etichetta genovese Black Widow Records.
Un titolo evocativo (Il nome del vento), il paroliere storico (quel Mauro La Luce che già scrisse i testi negli anni Settanta) e due ospiti di peso (Sophya Baccini dei Presence ai cori e Stefano “Lupo” Galifi già Museo Rosenbach, oggi ne Il Tempio delle Clessidre).

Dove eravamo rimasti? E la risposta te la danno subito, dalla prima traccia. La reprise di Dio del silenzio, brano che chiudeva Viaggio negli arcipelaghi del tempo, all’epoca – 1974 - denominato anche “Delirium III”. Bando a qualsiasi nostalgia, la title track (Il nome del vento) si presenta subito con una scrittura musicale ragionata; la frase iniziale ha un che di dissonante: se la rimpallano quartetto d’archi e il sax contralto di Grice. Un concreto assaggio per una composizione che si stempera subito nella classica canzone “stile Delirium” con tanto di ritornello “che resta”.
In piena atmosfera concept, si inserisce lo strumentale Verso il naufragio: tinte gravi di archi, un fumoso sax tenore quindi una vivace tessitura pianistica di Vigo, culminante nell’incipit (e sviluppo) di Theme One dei Van Der Graaf Generator.
Con L'acquario delle stelle si ritorna in un clima più tenue, tra psichedelia e camerismo classico: la sovrapposizione dei flauti sembra emulare il mellotron di McCartney in Strawberry Fields Forever, il quartetto d’archi si limita a tratteggiare e “legare” quanto lo stile ritmico “staccato” tenda a separare.

L’attidudine alla cantabilità melodica è parte sostanziale della loro storia musicale e l’album non delude affatto tale aspettativa. Il punto di forza, comunque, va scorto nelle parti strumentali dove abbondano piacevoli sorprese, soprattutto quando si lambiscono territori cari soprattutto ai “senatori” della band (mi riferisco alle simpatie black in Luci lontane, allo stupendo cameo “soul” di Lupo Galifi in Profeta senza storie, alla fusion “retrospettiva” di Note di tempesta, Dopo il vento e della bonus track L’aurora boreale).
Ma non mancano brani che, a loro modo, sciorinano allusivamente il racconto del progressive: Ogni storia si nutre di compulsioni ritmiche alla Banco per poi appoggiarsi in un arioso spiegamento vocale tra Procol Harum e Moody Blues con una chiusura hendrixiana ad effetto. Oppure in Cuore sacro dove i riferimenti “interni” (il flauto dei tempi d’oro…) ed “esterni” (riff alla Kansas) si perdono.
Da non trascurare – nel bilancio finale – la regia “sonora” di Verdiano Vera dello Studio Maia e la suggestiva copertina tratta da un dipinto di Anna Ferrari.

Complessivamente un pregevole lavoro, dai tratti maturi, cresciuto con il desiderio di comunicare una direzione musicale netta, fedele al DNA di appartenenza pur senza rinunciare ad ulteriori aperture.  
 
 
 
 
 
 
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