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Matteo Daste: un avvocato genovese in California

 
È uno dei fondatori di 'Baia'. Un network che mette in contatto imprenditori, professionisti, accademici, manager e investitori italiani e americani. L'intervista
 

 
   

     
Genova, 24 febbraio 2009
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mentelocale di
Francesca
Baroncelli
   
Matteo Daste
Matteo Daste

Quella di Matteo Daste è la storia di un genovese atipico: dopo il liceo classico, Matteo ha proseguito gli studi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, a Malibu, dove ha conseguito una laurea in legge alla Pepperdine Law School.
«Oggi sono socio in uno studio legale di San Francisco, che rappresenta banche ed aziende principalmente nel campo delle tecnologie. Mi occupo di diritto finanziario e societario, anche se la figura dell’avvocato americano, specialmente in un settore dove si lavora con start up e venture capital nella Silicon Valley, è ad ampio respiro».
La chiusura tipica degli abitanti del capoluogo ligure di certo non gli appartiene ed oggi, a trentatré anni, Matteo guarda ancora lontano.
L’Italia e la sua Genova, però, non sono solo un ricordo: «quando sono venuto a studiare negli Stati Uniti non sapevo se sarei rimasto. Mi sono trovato bene sia a livello accademico che del life-style. Resto tuttavia in contatto con l’Italia e rientro abbastanza spesso. Mia moglie è americana e ho due bambini piccoli e per loro d’estate Genova è tappa fissa», spiega Matteo.

Ma Matteo non si considera un cervello in fuga: «il problema si può risolvere collegando i cervelli fuggiti in Usa con quelli che si trovano in Italia attraverso una rete che faciliti i rapporti tra il sistema produttivo e della ricerca italiano e quello americano».
Proprio su questa idea si basa il progetto Baia (Business Association Italy America), l’associazione che Daste ha fondato insieme ad altri due giovani imprenditori under 40: Giorgio Ghersi e Michele Ursino. L’obiettivo di Baia è quello di dare alle comunità imprenditoriali in California e in Italia una piattaforma comune su cui sviluppare rapporti in maniera dinamica, efficace e innovativa, e che possa permettere alle due realtà di sentirsi più vicine, dialogando nello stesso ecosistema.
«Baia si ispira ai network della Silicon Valley nel proporre un modello associativo del ventunesimo secolo fluido ed orizzontale per la comunità imprenditoriale italiana, che include imprenditori ma anche professionisti, accademici, manager e investitori. Concettualmente è esattamente lo stesso che i social network come Facebook e Ning propongono nelle loro applicazioni. Per quanto riguarda la gestione amministrativa, ci siamo ispirati al modello Open Source».

Baia promuove un network attraverso il quale è possibile scambiare idee e know how tra chi si trova in Italia e chi si trova in California: «Baia è un'agorà imprenditoriale. Oggi siamo in una knowledge economy e avere questa opportunità di scambio è fondamentale, così come è fondamentale poterlo fare su una piattaforma orizzontale che non è gestita in maniera piramidale da chi ne controlla o limita l’accesso. Ad oggi abbiamo organizzato dozzine di eventi, anche in collaborazione con il programma Partnership for Growth dell’Ambasciata americana a Roma. La piattaforma Baia Link vanta oltre 500 utenti e abbiamo anche una Baia Italia».
Giovedì 26 febbraio Baia Italia organizza il suo primo evento genovese. L’appuntamento è a Villa Giustiniani Cambiaso (via Montallegro 1 – Salone piano nobile) presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova.

L’evento Web 2.0 – A new way to feel the web vuole «spiegare la filosofia del modello associativo di Baia», spiega Daste, che tornerà a Genova per l’occasione. «Parleremo anche di storie di imprenditori e di come si possa creare innovazione anche restando in Italia, ma stabilendo un contatto con la Silicon Valley. L’innovazione si crea quando vengono integrate la buona ricerca con iniziative imprenditoriali. Il connubio tra ricercatori e imprenditori all’interno di una rete è la base sulla quale si è costruita la Silicon Valley. E anche la base su cui l’innovazione continua ad avvenire in ondate successive: a partire dagli anni Settanta con chips e semi-conduttori, poi negli anni Ottanta con i pc, gli anni Novanta con internet, e oggi ci sono i social network e le biotecnologie». 

Negli ultimi due o tre anni sono sorte diverse start up con ponti tra Italia e Silicon Valley: «oltre a Funambol e a Foldier, mi vengono in mente Your Truman Show nel video search, D-Helix nelle biotecnologie agricole, Widetag nell’open source Internet of Things. In Italia le buone idee non mancano, potendo interfacciarsi con la Silicon Valley è possibile capire se queste idee possono tramutarsi in dei business».
Questo progetto ambizioso è stato pensato da giovani menti, che credono nelle potenzialità dei giovani imprenditori: «Baia è aperta a tutti. Specialmente in California, e nel settore della tecnologia, essere giovani non è uno svantaggio, anzi. Per certi versi, fa più impressione una persona anziana che vuole mettersi in mostra e passa biglietti da visita piuttosto che un giovane. La gente si chiede: ma come mai alla sua età sta ancora in giro? Evidentemente non ce l’ha ancora fatta».

Sono molte le realtà create da cervelli italiani: «vorrei segnalare l’iniziativa Mind the Bridge, una business plan competition ideata da Marco Marinucci, un altro genovese under 40 che a San Francisco è manager di Google. Segnalo anche Funambol, azienda di Fabrizio Capobianco nel settore open source mobile software. Insieme a Marco e Fabrizio abbiamo recentemente lanciato un incubatore per start up che si chiama GYM. Cito infine, per dovere di nota, anche il Silicon Valley Study Tour di Paolo Marenco, che sicuramente svolge un ruolo propedeutico per gli studenti che vi partecipano».

In Italia per i giovani farsi notare e guadagnare credibilità non è semplice: «Negli Stati Uniti le cose vanno diversamente. Gli USA sono fondamentalmente meritocratici. Questo è molto positivo, specialmente per chi come me viene da fuori: si è considerati tutti sullo stesso piano, indipendentemente da raccomandazioni o favoritismi. Per esempio, io a trentatré anni dalla finestra del mio ufficio d’angolo al ventunesimo piano vedo i grattacieli. Non dico questo per vanto, ma per evidenziare un punto: in Italia molti miei coetanei portano le borse ad anziani professionisti, con posti non certi e poche possibilità di carriera. Questo vale anche in altri campi, dall’ingegneria alla ricerca. Sono situazioni che a lungo andare non giovano a nessuno».

 
 
 
 
 
 
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