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Aradìa di Sophya Baccini
Aradìa di Sophya Baccini
 

'Aradìa', un viaggio tra i generi

 
L'album della napoletana Sophya Baccini spazia dal blues al progressive, dall'elettronica in stile Vangelis a Joni Mitchell. Dalla community
 
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17 marzo 2009
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di Riccardo Storti
   

Una bella voce. Troppo poco per cavarsela criticamente. Perché già lo si sapeva quali fossero le potenzialità vocali di Sophya Baccini. D’altra parte ci sono gli album dei Presence a raccontarcelo. La voce come strumento di andata e ritorno: nucleo primordiale di qualsiasi nota da diluire attraverso interferenze pianistiche o elettroacustiche; chiave preziosa per aprire le non facili serrature di generi diversi in barba alle etichette.
Il primo viaggio solista, Sophya, l’ha organizzato così: dalla sua Napoli a Genova, in via del Campo, nella solita e caparbia bottega degli artigiani sonori… quelli della Black Widow. Qui è nata Aradìa.

Un concept al femminile, sì, poi arriviamo alla musica; ma tant’è, che, appena ho udito quel nome, mi è ritornato in mente il grande storico Carlo Ginzburg che narra di Aradìa come di una creatura neopagana "sopravvissuta" all’unione di Era e Diana, praticamente una strega.
Le streghe esistono anche in musica e, come tali, subiscono la scomunica da parte di chi le ritiene eretiche. Sempre storie di intolleranza sono, probabilmente più sottili. Non ci sono più – per fortuna – i roghi; magari ci si affida un po’ di più alla fatalistica selezione del mercato, delegando al pubblico un metaforico cerino acceso. Non c’è maggiore eretico di chi, in nome della libertà creativa, abbatte gli steccati e batte una sua pista a caccia di suoni che, prima o poi, custodirà gelosamente nella propria storia artistica. Sophya Baccini, ebbene sì, una gelosa cacciatrice. Un po’ Era, un po’ Diana… Aradìa.

Il carniere è ricco. Prede dalla centralità corale a qualche sana virata elettronica in stile Vangelis (Adesso), tra risonanze "liriche" (Beware, Non è l’Amore il tuo destino, la title track, Two Witches And Doreen) e corrispondenze blues (il finale di Will Love Drive Out The Rain?, Ever Too Small, Nei luoghi), architetture progressive (How Good, Al ritmo di una Storia, Elide, When the Eagles Flied) e tremori tra Osanna e Delirium (Don’t Dream That Dream), echi da concerto per violino alla Philip Glass (Studiare studiare). Chiusura ad effetto con Circle Game di Joni Mitchell (per sole voci).
Suonano nel CD il polistrumentista Vittorio Cataldi (già pianista nella ripresa televisiva de La gatta cenerentola di De Simone), il chitarrista Franco Ponzo, l’arrangiatore Pino Falgiano, il tastierista dei Fonderia Stefano Vicarelli e – last but not least – due figure rilevanti della storie del progressive italiano: Martin Grice dei Delirium e Lino Vairetti degli Osanna.
E, scorrendo tra le pagine del libretto interno alla confezione, ci si imbatte in un aforisma assai provocatorio: «Torniamo all’antico: sarà un progresso». Chi lo scrisse? Giuseppe Verdi in pieno Ottocento…

 
 
 
 
 
 
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