Il Servizio Affido Familiare a Genova

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Sono oltre trecento i casi attivi nel Comune. Ma si cercano nuove famiglie disponibili. E chi lo ha provato lo consiglia senza dubbi

Genova
Mercoledi 18 marzo 2009

Non tutti i bambini nascono in un ambiente familiare idoneo. A volte è necessario l'intervento dei servizi sociali e, quando neppure questo basta, si deve ricorrere a soluzioni alternative. Una di queste è l'affido familiare, ossia un provvedimento che determina l'accoglienza di un minore, per un arco di tempo limitato, in un contesto familiare differente da quello di origine. Non esistono regole specifiche: i tempi di permanenza possono variare da pochi mesi a diversi anni, a seconda dei casi specifici, e talvolta si verifica anche la possibilità di trasformare l'affido in un'adozione.

Il Comune di Genova è stato uno dei primi enti italiani ad istituire il Servizio Affido Familiare, che nel corso degli anni ha contribuito alla collocazione di oltre settecento bambini, con dati che lo pongono fra i primi posti in Italia per numero di affidi (302 quelli attivi nel solo 2007).
Abbiamo intervistato Liana Burlando, responsabile del progetto, che ci spiega in cosa consiste la loro attività: «ci occupiamo di invogliare le famiglie a proporsi come potenziali affidatarie tramite iniziative promozionali, fra cui la pubblicazione della rivista News, a cadenza annuale, e la recente rassegna cinematografica Affidiamoci al cinema. Vagliamo inoltre le segnalazioni che riceviamo dai servizi sociali e valutiamo gli abbinamenti famiglia-minore più idonei, seguiamo le famiglie affidatarie tramite gruppi di sostegno e attiviamo momenti di formazione».

Quali requisiti deve avere una potenziale famiglia affidataria? «Secondo quanto previsto dalla legge 149/01 non ci sono particolari requisiti né di età, né di reddito e, a differenza dell'adozione, non è indispensabile essere una coppia sposata. Abbiamo attivato spesso affidi da parte di single, che spesso si offrono anche come supporto a genitori soli, i cui orari di lavoro impediscono di fare fronte alle esigenze dei figli».
Ma sono tante le richieste di affido? «Esiste una lista d'attesa, che riguarda però le richieste provenienti dai servizi sociali. In media apriamo venti nuovi affidi all'anno, ma cerchiamo sempre nuove famiglie affidatarie, perché il numero di cui disponiamo non è mai sufficiente, e si verificano molte situazioni in cui diventa complesso portare a termine l'affido. Spesso è difficile trovare una famiglia idonea alle specifiche caratteristiche del caso; per esempio alcune famiglie non se la sentono di accogliere i neonati, oppure gli i bambini sopra i dieci anni e gli adolescenti. Altre, dopo due o tre esperienze, interrompono i rapporti perché non ce la fanno più emotivamente».

Risulta dunque fondamentale trovare nuove famiglie che si rendano disponibili a vivere questa esperienza: «noi non chiediamo dei supereroi, con chissà quali capacità, reddito o preparazione culturale, ma persone pronte ad accogliere un bambino in difficoltà e affrontare un cammino insieme a lui. Si tratta di un'esperienza che ha arricchito molte famiglie, nonostante le ovvie difficoltà: all'inizio la necessità di creare un nuovo equilibrio familiare, e alla fine la naturale sofferenza che si prova al momento del distacco».
E sono molti gli eventi e le iniziative con cui si cerca di promuovere il progetto. La rassegna Affidiamoci al cinema è giunta quest'anno alla seconda edizione: «abbiamo scelto i cinema dei comuni limitrofi in Valpolcevera, soprattutto Mignanego e Campomorone, e per questa distanza le sale non sono state gremite come lo scorso anno. Tuttavia non è importante la quantità, quanto far passare il nostro messaggio. Ed entro giugno intendiamo realizzare un nuovo cineforum destinato alle scuole».

Oltre a questo, un progetto di formazione per le famiglie affidatarie di origine straniera, in collaborazione con Arci Genova e la Fondazione Vodafone, e un corso di formazione per insegnanti delle scuole materne: «è importante che le maestre sappiano rapportarsi con questi bambini, perché un corretto atteggiamento di accoglienza da parte delle scuole aiuta molto le famiglie affidatarie nel loro lavoro».

Marta Traverso
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Approfondisci

Un cammino spesso tortuoso e travagliato. Ma da percorrere. Ne è sicuro Emilio, che insieme alla moglie Laura vive in una casa famiglia insieme a quattro bambini.
«Non abbiamo figli nostri e mia moglie, i cui genitori hanno sperimentato diverse volte l'affido familiare, è stata da subito motivata a vivere questa esperienza. Siamo partiti quattro anni fa prendendo in affido un bambino di otto mesi, che tuttora vive con noi pur mantenendo rapporti costanti con la madre naturale. E proprio per non creare in lui confusione di ruoli, non ci facciamo chiamare mamma e papà».

Consiglieresti ad altri questa esperienza?
«Assolutamente, perché io e mia moglie sentiamo di dare molto a questi bambini, come loro danno molto a noi. Bisogna però conoscerne i rischi: il lungo iter di selezione, i colloqui con gli psicologi, e i rapporti spesso complessi con le istituzioni. Tutto ciò in una situazione che già di per sè porta disagio e sofferenza, soprattutto nel momento in cui viene imposto il reintegro del bambino nella famiglia di origine».

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