E questo è il tempo delle cattedrà-liii!/ La pietra si fa statua, musica e poesia!
Parigi. Anno del Signore 1482: all'ombra della cattedrale di Notre-Dame, si agitano le vite di nobili e pezzenti, di laici e religiosi, o -più semplicemente- di donne e uomini. L'edificio domina la città ed è protagonista, ancor prima che fondale, di vicende dal sapore universale: il conflitto tra scienza e religione, la forza dei sentimenti, la doppiezza dell'animo umano. Victor Hugo, sommo romanziere francese dell'Ottocento, ambientò in questo scenario uno dei suoi capolavori, quel Notre-Dame de Paris che, più di un secolo dopo, è diventato uno dei più acclamati musical di tutti i tempi. Sulle musiche di Riccardo Cocciante ed i testi di Luc Plamondon, adattati in italiano da Pasquale Panella, ballano e cantano torme di artisti in tutto il mondo. La tournée italiana prosegue in maniera praticamente ininterrotta da sette anni ed ora è nuovamente a Genova, al PalaVaillant, dal 18 al 22 marzo.
E' la prima volta che assisto a questo musical e sono, perciò, estremamente curiosa di presenziare alla prima del 18 marzo. Mi sento addirittura in difetto nei confronti dei tanti appassionati che vedo affollare la platea del Palazzetto: noto che c'è chi conosce a memoria le canzoni e chi, perfino, le coreografie, al punto da sapere in quale preciso momento i ballerini si rivolgeranno al pubblico tra un passo di danza e l'altro. Ovviamente, il romanzo-fiume di Hugo è stato tagliuzzato qua e là, per esigenze narrative, ma è sicuramente più fedele allo spirito del testo originale di quanto lo sia stato, per esempio, Il gobbo di Notre-Dame della Disney che, alla pari di un altro roboante film del '56 con la nostra Lollobrigida, ha stravolto alcune parti fondamentali del racconto, trasformandolo in un polpettone un po' melò.
Il comandante delle guardie Febo, già legato alla nobile Fiordaliso, il prelato Frollo ed il deforme campanaro Quasimodo desiderano in maniera differente la sensuale zingara Esmeralda. Ognuno di essi incarna una forma differente di bramosia: l'amore vanesio, quello malato ed il sentimento sincero. La giovane gitana è un oggetto che suscita una forma di desiderio ambiguo: ella è donna, e zingara, per di più. Non si tratta di caratteristiche estremamente positive, per la morale del tempo: intorno a lei, regina vergine della Corte dei Miracoli, si intrecciano interessi più o meno leciti.
Come in un'opera lirica d'altri tempi, la storia si dipana attraverso canzoni dalle partiture molto articolate, caratterizzate da testi particolarmente intensi, romantici nel senso letterario del termine: Un prete innamorato, Dio ma quanto è ingiusto il mondo, Zingara, Bello come il sole, Vivere per amare. Tutti i sentimenti espressi, vengono amplificati all'ennesima potenza grazie alle vibranti voci dei cantanti, la cui forza interpretativa si carica di ulteriore incisività quando compare sulla scena la folla di ballerini dai corpi olimpici.
Le più belle scene corali (tra cui, I clandestini, La festa dei folli, Il Val d'Amore, Le campane) concentrate in particolare nella prima parte dello spettacolo, impattano emotivamente sul pubblico grazie a coreografie estremamente complesse, vere e proprie prove di forza muscolare per artisti che esibiscono un'agilità degna di ginnasti e di circensi ed un'energia invidiabile. I loro movimenti sono estremamente precisi e calcolati: i ballerini conoscono così bene le potenzialità dei propri corpi e lo spazio scenico al punto da interpretare con estrema precisione ogni passaggio, utilizzando gli attrezzi di scena con fulmineità, senza alcun tentennamento. Si calano con pochi balzi dalle strutture che suggeriscono la facciata della cattedrale, fanno capriole al di sopra di bancali accatastati, saltano sulle transenne meglio di quanto facesse Nino Castelnuovo nelle vecchie pubblicità dell'Olio Cuore, volteggiano facendo perno su un braccio solo e, tra loro, c'è addirittura chi rotea sulla propria testa per diverse decine di secondi prima di un ultimo passo di freestyle.
C'è da dire che Cocciante è stra-presente in ogni brano: la sua impronta musicale è praticamente inconfondibile. Vibrati e modulazioni tra il cavernoso ed il disperato per gli uomini e limpide arie per le protagoniste femminili: il repertorio cocciantesco che Fiorello seppe cogliere magnificamente le sfumature nella sua storica imitazione del Gobbo, qualche anno fa, c'è tutto.
Dopo quasi due ore e mezza di spettacolo, si esce dal Palazzetto con l'anima ancora vibrante: non è tanto la storia, dai passaggi talvolta incongrui, a smuovere, quanto l'interpretazione del cast. Non si può non ammirare la bravura di artisti tanto completi da saper gestire uno spettacolo così lungo e complesso con una simile, perlomeno apparente, semplicità.
Insomma, da vedere.