Domenica pomeriggio.
Maria De Filippi, sullo schermo, discute il concetto di talento: esibizioni mediocri di giovani ignoranti sono espressioni talentuose, da non discriminare. Il talento è senza dubbio alcuno in tutti, belli e brutti, cani e porci, incapaci e capaci.
Talento, una parola in svendita.
Una dote che, per una sorta di democratizzazione dell’arte, per un buonismo pietoso e inutile, abbiamo in dono tutti quanti.
Stupido è chi non apprezza le nostre qualità!
Cambio canale.
Altri giovani talenti ballano. E sono inguardabili. Una strana pietà mi fa provare qualcosa simile alla tenerezza nel guardarli.
È ora di uscire.
Sotto casa, in piazza una grossa ragazza russa canta. La voce riempie la piazza e qualche monetina le cade nel cappello. Chissà perché non si è presentata a X-Factor?
Mah, non le sarà passato per la mente...
Jeune Création Européenne.
Genova, Palazzo Ducale, Munizioniere
, 26 febbraio - 22 marzo 2009. Selezione della giovane creatività europea con lo scopo di evidenziare le tendenze artistiche emergenti. Opere selezionate in base al concetto di “découverte” – “rivelazione”- di 10 giovani artisti per ogni paese che si esprimono attraverso tutti i possibili linguaggi artistici, dalla pittura ai media tecnologici.”
Finalmente una bella domenica di sole e una mostra sotto casa.
Un Salone: «che è nato e si evolve intorno a un concetto nuovo di Europa, non più tendente al declino». A parlare è Luca Borzani, colui che durante il suo mandato come assessore alla cultura 2004-2007 dichiarò: «Oggi possiamo dire che siamo culturalmente una città europea». È dura, ma proviamo a fidarci? Sì.
Non posso non entrare. Per di più una bellissima grafica mi alletta e la gratuità dell’evento mi ha ormai deciso. Sessanta opere di giovani talenti europei e nessuna nuova idea.
Tanto colore, materia, video e nessuna sostanza.
Una limousine di Swarovski, alla mia sinistra, recita un ammiccamento gratuito e dichiarato a Damian Hirst. Senza però aggiungere nulla all’opera di lui se non la povertà del materiale e l’approsimatezza del lavoro.
Una serie fotografica di sei o più brutti piedi intende rappresentarmi il concetto attuale di Famiglia. Alla stregua di una propaganda Benetton anni '90. Proseguo il percorso imbattendomi in opere di scarso interesse e di appropriazione indebita di meriti altrui che sanno di esercitazione scolastica.
Seguono alcune immagini fotografiche che immortalano dei vulcani o formichieri che spuntano colore. Ricordo di aver visto pochi anni fa a Brighton, ad una esibizione di studenti, appunto, una cosa simile, simile se non identica.
Ma qui Albert Gusi, artista barcelloneta di indubbia furbizia, ci propone sulla presentazione in internet una didascalia che esalta il suo prodotto.
This document of suggestive images and readings, in which a false nature explodes and magically transforms the landscape, provoking a disturbing interpretation in which volcanoes and the forces of natures seem to sleep, causing us to reflect on how fragile our memory and future are.
Forse qualcuno potrebbe cascarci, chissà.
Ma ecco che Rock and Roll suicide, magno artista dal nome assai creativo, ci stupisce con i suoi collage:
Ecco ricomparire, ancora una volta, la storica conserva Campbell, la griffe di Yves Saint Laurent, un Papa armato e circondato di teschi; George W. Bush vestito da madonna il tutto assemblato alla buona in stile pop. Non manca una degna dedica stile liceale punk, con tanto di simbolo anarchico: when love leaves you dreamless.
Titolo: Sex, drug and rock’n’roll, per chi non l’avesse capito.
Ma anche qui una presentazione d’eccezione ci mette in crisi: The brain definitively records a picture. The images and ideas they carry make their way into the mind of the watcher as far as his/her consciousness if the opportunity is there. With these three images, R.n R.S. questions three strong icons guiding our society: politics, religion and media invites us to open ourselves to the journey.
Forse è colpa mia. Forse mi devo devo accostare a quei cechi personaggi che di fronte alla Fontana di Duchamp rimasero indignati.
Ma è che mi sembra di aver già visto lavori del genere, anzi, più ben fatti, in uno dei tanti mercatini londinesi. Ma proseguiamo, magari mi sbaglio.
Poi, nel vortice del talento, mi trovo di fronte a due fotografie, patinate, stile D&G, di due machi ispanici, in mutande, intenti a bere latte e vino da bottiglie palesemente falliche.
La Spagna mi parla e io non la seguo. Segue un prato in plastica costellato di fiori e falli. Non trovo nulla di scioccante né alcun tipo di messaggio. Non più se non altro.
A destra una moderna versione di Ikea del teatro delle ombre cinesi. Nulla di più. E poi fotografie dal finestrino del treno, video di una giornata in spiaggia, colori lanciati su una tela su uno stile mondrian-basquiattato. Ma con base accuratamente quadrettata a matita e con una sorta di rigore, da liceo, appunto, che cozza con la totale freschezza che dovrebbero avere opere di tale genere.
Se non fosse grazie a rari casi l’attenzione fa fatica a star sveglia.
Altro aspetto deprimente è che la mediocrità, il tedio e la mancanza di autentico interesse passano facilmente inosservati quando il tutto è presentato come Cultura.
Le parole di Peter Brook rivivono: “da un lato c’è la credenza che le grandi potenze culturali dell’occidente -Londra, Parigi e New York - abbiano risolto il problema, e che basti usare le loro forme, allo stesso modo in cui i paesi sottosviluppati acquisiscono processi industriali e le tecnologie”.
E così ecco che l’arte è solo un ripetersi di stili, schemi e, ancor peggio, concetti.
Ci rivende ciò che 30 anni fa era innovativo ma che ora è luogo comune.
Il dono dell’arte non segue e non deve seguire regole democratiche. Tutti possono esprimere il proprio senso artistico ma non hanno per questo il diritto di esser segnalati come talenti emergenti a livello europeo.
Chiedo quindi a voi, giovani artisti qui esposti per dar voce all’Europa, quale sia il vostro messaggio, pane al pane vino al vino, senza abbellimenti e abilità oratorie questa volta. Perché con le parole è facile giocare, ma l’arte non se lo merita.