Intervistare Luisa Muraro, come mi succede venerdì 27 marzo a Palazzo Ducale, sarà un’interessante avventura. Pensatrice tra le più conosciute e amate in Italia, autrice tra l’altro di Il Dio delle donne e del nuovissimo Al mercato della felicità, entrambi pubblicati da Mondadori, inaugura una serie di incontri della Fondazione di Palazzo Ducale, in collaborazione con il Laboratorio Politico delle donne, Il Rasoio, e il Dipartimento di filosofia dell’Università di Genova, con numerose filosofe italiane. Intitolata Che genere di Donne, Incontri sull’identità femminile, nei successivi appuntamenti è prevista la presenza di Claudia Mancina, Antonella Besussi, Monia Andreani, Anna Elisabetta Galeotti.
L'avventura sarà interloquire con una donna dal pensiero forte, originale, sempre imprevedibile e sorprendente nei percorsi, porle domande che nascono dalle esperienze, espresse in quella che in un numero di Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di cui è una delle fondatrici, lei ha chiamato “lingua corrente”. Cioè la lingua in cui parliamo tutti, quella in cui sembra che alle donne interessi solo conseguire la parità, e che la differenza, cioè il fatto che donne e uomini sono differenti, questa concretissima differenza dei corpi, sia invece un’astrazione, un fatto poco interessante, soprattutto poco utile. E ancor meno sembra interessante che per capire che cosa è successo alle donne quando hanno cominciato a pensare sé stesse, a vedersi come persone autonome, insomma a essere libere, lei abbia seguito la tracce delle mistiche, da un’eretica come Margherita Porete a un’icona popolare della devozione ottocentesca, come Santa Teresina del Bambin Gesù.
Che c’entrano con la libertà delle donne di oggi? È una delle domande che vorrei porle, ma in ogni caso molte risposte, anche per chi si chiede se la differenza possa andare insieme all’uguaglianza, si possono trovare nell’ultimo libro, che ha per sottotitolo La forza irrinunciabile del desiderio. Il libro si apre con un bellissima storia della vecchia filatrice innamorata, che al mercato degli schiavi voleva comprare il bel Giuseppe, e tutti la prendevano in giro, con il tuo filo non puoi comprarlo: «Lo so che in questo mercato non lo compro» rispose la donna. Mi sono messa in fila perché dicano, amici e nemici: anche lei ci ha provato». Si tratta di una storia scritta da uno dei grandi della mistica islamica persiana, Farid al-din ‘Attar. Per Luisa Muraro questa figura che proviene da un’epoca così lontana, parla di qualcosa di molto vicino: il desiderio. Il desiderio in condizioni difficili, cioè quando pare che proprio non ce la fai, a raggiungere quello che vuoi, che che le vicende storiche intorno a te ti dicono che per il momento dovresti rinunciare, dovresti essere ragionevole, coltivare progetti e desideri più adeguati, più piccoli. Bene, proprio questo è il momento, sostiene Muraro, di non mollare. Di fare come la filatrice, presentarsi al mercato, «con l’enormità di un desiderio neanche lontanamente commisurato ai nostri mezzi». È un invito a non rassegnarsi, a coltivare la speranza, a praticare una politica che non sia tecnica gestionale e amministrativa di interessi da rappresentare, ma trasformazione cha nasce da una spinta interiore. Una spinta che è delle donne.