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L'intervista con Franz Di Cioccio

 
Batterista e leader dello storico gruppo PFM, ci ha raccontato le gioie, ma anche le litigate, con Faber. E quella volta che andņ a trovare Frank Zappa. Domenica 29 al Politeama
 
eventi
Domenica 29 marzo 2009, dalle ore 21 al Teatro Politeama di Genova la PFM che omaggerà Fabrizio De Andrè in occasione del decennale dalla sua scomparsa. Il concerto è ad ingresso libero, fino ad esaurimento posti. Sarà gradita un’offerta a favore dell’associazione ligure Medici in Africa.
Il clou delle iniziative per i primi dieci anni del Centro Commerciale L'Acquilone di Genova Bolzaneto si svolgerà domenica 29 marzo 2009. Alle ore 15, sempre domenica, avrà anche luogo l'inaugurazione inaugurazione del grande dipinto murale nel Piazzale De Andrè realizzato dall’Associazione Centro d’Arte e Cultura di Genova e dedicato al cantautore genovese, in occasione del decimo compleanno del Centro Commerciale L'Aquilone.
 
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Genova, 27 marzo 2009
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di
Daniele
Miggino
   
Franz Di Cioccio
Franz Di Cioccio

«Si è giovani finché si ha un progetto da realizzare, qualcosa da fare. Me lo ha detto Fernanda Pivano, che ha più di novant’anni (92 ndr) e ancora divora libri, traduce, scopre nuovi talenti».
A parlare è Franz Di Cioccio, batterista e leader carismatico della PFM. E anche lui non è mica più un pivello. A 63 anni di certo non gli mancano i progetti.
Da cinque anni la PFM porta in giro un tour praticamente infinito. È PFM canta De André, iniziato nel 2004 per celebrare il venticinquesimo anno di quella stagione straordinaria che ha visto l’unione tra il cantautore e il gruppo prog. «Questo concerto nasce dal fatto che tanti giovani amano quelle canzoni. Faber ha travalicato le generazioni. I ragazzi di oggi trovano ancora risposte ascoltando le sue canzoni. Oggi non c’è più, ma in qualche modo noi siamo la sua voce narrante», dice.

Ma è vero che Faber non era convinto di collaborare con voi?
«Non solo non era convinto, era terrorizzato. Sai, io sono Acquario, non riesco a fare le cose semplici. La nostra è stata una collaborazione alla pari, siamo stati noi a cercarlo. Abbiamo portato il nostro bagaglio di esperienza, lui la voglia di mettersi in discussione. Alla fine noi abbiamo affrontato meglio i testi (che nella musica prog fanno spesso la figura del fratello minore ndr) e lui ha iniziato a considerare la musica con più lungimiranza, non solo come supporto alle parole. E le sue canzoni sono diventate esplosioni di colori».

A proposito di Faber: si sente odore di santificazione. Almeno tu che ci hai vissuto insieme, dicci qualche cosa che non lo faccia sembrare un santo.

«Ma io l’ho scritto con molta franchezza nel libro Evaporati in una nuvola rock, il diario della tournée del 1979. Siamo anche arrivati a insultarci. Una volta a Roma c’era stata una contestazione al concerto, e lui disse che non avrebbe proseguito la tournée. Io cercavo di convincerlo che non doveva farci caso, che quelli sfruttavano la visibilità per fari sentire ma non ce l’avevano con lui. Insomma, discussioni su discussioni. E poi non faceva quasi mai un complimento, anzi mugugnava. Poi magari in un’intervista diceva che la PFM era gradissima. Come quella volta che disse: La PFM mi ha dato una spinta verso il futuro quando avevo deciso di smettere con la musica. Ricordiamo che in quel periodo Faber aveva come compagna di viaggio fissa la bottiglia di Glen Grant».

Ci racconti della bufala che hai rifilato a Franz Zappa?
«Ah sì, questa è bella, ed è vera. A Frank era piaciuto molto il nostro disco Jet Lag, registrato in America. Così - sempre perché mi piacciono le cose difficili – decisi di proporgli si scrivere i testi del nostro successivo lavoro, Passpartù. Parto, vado a Londra in questo bellissimo albergo dove ha la suite. In quel periodo aveva persino due mogli. Vabbè. Lo incontro e gli faccio leggere i testi scritti da Gianfranco Manfredi. Si parlava anche di un certo Halifax, un tizio che secondo Manfredi aveva inventato il blues. (Questa sera il grande spirito del blues aleggia intorno a noi. Halifax non è morto! ndr). Così quando spiegai a Zappa il brano, mi chiese chi era questo Halifax. E io “Halifax! The man who invented the Blues! Il padre del blues, il suo creatore!”. Rimase un po’ così, poi mi disse: guarda che nessuno ha inventato il blues, è nato per i cazzi suoi. Insomma, non se ne fece nulla, anche perché la casa discografica stringeva i tempi, e Frank aveva tanti impegni».

È vero che vi date alla musica classica?
«Sì stiamo lavorando su un nuovo progetto, PFM in Classics, in cui riprendiamo i capolavori di Mozart, Beethoven e altri, li scomponiamo e li ricostruiamo come lego musicali. Non sarà una semplice versione rock delle loro opere. Se viene bene è una figata. Ne abbiamo dato un assaggio in un concerto a Busseto, a due passi dalla casa di Verdi, ed è andata molto bene».

Tanti dicono che la musica del futuro si fa in TV, in programmi tipo X Factor e Amici. Le case discografiche in crisi si sono buttate tutte sul piccolo schermo. Tu che ne pensi?
«Le case discografiche sono in crisi perché ci sono volute arrivare. In tempi difficili tirano i remi in barca invece di investire. Vedi la PFM fa uno spettacolo che comprende tre - PFM canta De Andrè, Stati d’immaginazione e PFM in Classics – e vale il biglietto fino in fondo. A Napoli abbiamo fatto due giorni di fila tutto esaurito e non so quanta gente è rimasta fuori. E bisogna avere capacità di rinnovarsi. Non so se la gente andrà a vedere i cantanti dei talent show anche ai live. La TV ti abitua a vedere la TV, mica a uscire».

E del Festival di Sanremo che ci dici?
«Quest'anno (2009 ndr) siamo andati per la prima volta al Festival, perché era un’occasione speciale - il compleanno di Faber - e perché l’opportunità di farsi sentire da 9 milioni di spettatori non va comunque buttata al vento. E poi non eravamo in gara, a noi non piacciono le competizioni. L'unica cosa su cui abbiamo fatto la gara è quanto tempo ci avremmo impiegato per far saltare il pubblico con l'effetto stadio». È andata proprio così, la platea dell’Ariston a battere le mani, tutti in piedi. E noi a dire: ma allora è possibile, ma allora sono vivi!

 
 
 
 
 
 
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