Prima gli hanno chiesto di scrivere un testo teatrale. Poi di esserne interprete. Il risultato è che Vittorio Franceschi da drammaturgo sotto commissione da parte del Teatro Stabile di Genova - rarità assoluta in Italia in questi, ma anche in altri, tempi - diventa interprete unico di A corpo morto per la regia di Marco Sciaccaluga - in scena dal 15 aprile al 3 maggio 2009. «La drammaturgia di oggi deve affrontare grandi temi: non storie che si svolgono tra il tinello e la camera da letto, ma la vita, la morte, il rapporto con gli altri esseri umani». Con questa convinzione Vittorio Franceschi attore, regista e scrittore ha creato un pezzo di teatro su tema serio ma non serioso, lieto e grottesco, su un modello classico: cinque monologhi, preceduti da un prologo, inframezzati da intermezzi corali e seguiti da un epilogo. E prestandosi a dar voce e corpo a cinque diversi personaggi che si alternano come protagonisti in scena attraverso le maschere di Werner Strub (collaboratore di Benno Besson, Jean-Louis Barrault e Giorgio Strehler, formatosi nella bottega padovana di Sartori), Franceschi si mette in un confronto-dialogico con altrettanti diversi defunti, per parlare sì di morte, ma certo anche dei tanti aspetti della vita.
Arrivare ad un unico interprete, come racconta il regista Marco Sciaccaluga, non è stata un'operazione immediata. Tutt'altro. «Anni fa, congratulandomi con il maestro Besson - spiega - per un suo Amleto in maschera mi sentii rispondere: "Ci vuole coraggio per fare teatro senza maschere". E se in una totale adesione al progetto drammaturgico di Franceschi mi ero subito messo al lavoro per individuare gli interpreti, poi mi sono ritrovato con molti giovani a disposizione, ma pochi attori per le parti più adulte. Così ho pensato alla maschera, non come a uno degli addobbi del teatro, ma come punto di partenza del teatro stesso. A questo ragionare si sono aggiunte considerazioni di ordine etico ed estetico».
Una sincera preoccupazione verso il tema della morte e la sua sacralità, all'interno di un testo costruito con quella «bella ingenuità» che trova nella semplicità la complessità delle cose. «Guai ad approfittarsi della morte - continua Sciaccaluga - e in questo caso il rischio c'era. Perché la presenza dei monologhi avrebbe di per sé creato una competizione tra gli interpreti, verso il più bravo della serata. Guai a dar vita a un saranno famosi su un tema così sacro».
E poi le maschere sono da sempre presenti nella vita personale e artistica di Franceschi: da ricordare le sue prove d'attore in Edipo per la regia di Besson (1980) e Augellin bel verde di Gozzi sempre diretto da Besson (1984). Più di vent'anni sono passati e da allora Franceschi non ha più lavorato con le maschere e neppure aveva pensato ad esse per questo testo. «Come si trova un attore a recitare con le maschere? Per me è un'esperienza felice e già fatta. Sei costretto a far vibrare corde che normalmente non usi a raggiungere il massimo della sintesi nell'uso della voce e del gesto. Sento che quando metto la maschera sono invitato a calcolare la gestualità più precisamente. Insomma fosse per me ci lavorerei sempre perché quello che mi importa davvero è creare poesia e emozione. Anche perché quelli che vanno a teatro oggi siano degli eroi. Quando si apre il sipario si aspettano un dono, e quindi noi abbiamo il dovere di dare il massimo».