Sabato sera scorso, 4 aprile 2009, ho assistito a uno spettacolo al Teatro Garage di via Paggi (010 510731) a Genova. E non posso fare a meno di scriverne qualche riga per raccontarvi quello che è stato per me. Messo in scena dal Gruppo Mamunda, per la regia di due donne, Nicoletta Bernardini e Nicoletta Vaccamorta, costumi di Daniela Cecchi, si chiama Rel-azioni. È nato da un incontro felice delle due registe, di Valeria Banchero che ne ha scritto il testo, e otto persone che da un anno si incontrano e si mettono in gioco, ognuno con le sue capacità e le proprie risorse. Sfruttando le loro inclinazioni personali Valeria Banchero ha costruito un atto unico originale e assolutamente efficace.
Nel programma di sala che ci viene consegnato all’inizio, viene appunto spiegato il percorso che è stato fatto e come le differenze tra gli otto protagonisti, i loro modi di comunicare, le loro peculiarità, gestualità o anche difficoltà, hanno dato vita a questo spettacolo.
Sulle prime penso che sia difficile mettere in scena una performance di questo tipo, mi pare un progetto ambizioso, coraggioso. Non c’è una trama tradizionale. Ci sono solo movimenti, soprattutto movimenti, e parole.
Quando arrivo in platea mi rendo conto che la scenografia consiste in sette sedie bianche appoggiate sul fondo. Ma c’è un anziano signore, seduto a un lato del palco, che guarda dritto davanti a sé. Le luci si spengono, la mia curiosità sale, e mi rendo conto quella di tutto il pubblico. La sala è gremita e silenziosa. Parte una musica ritmata, la scena è vuota tranne quel signore seduto, un ottantenne con i capelli bianchi, lo sguardo imperscrutabile e fisso, che comincia a muovere impercettibilmente le spalle, poi tamburella le dita e il suo corpo seduto comincia ad accennare una danza. Non so perché, mi ricorda una scena di un film di David Lynch. Eccoli poi tutti gli attori e le attrici, otto personaggi che incarnano tutte le generazioni del nostro tempo, con le loro nevrosi e con le loro paure. Sono seduti fra noi, infatti, tra il pubblico, e uno di loro, che riveste il ruolo di uno stanco e pedante bigliettaio, chiedendo loro il biglietto e la destinazione, li chiama a uno a uno sul palco. Ora ci sono tutti. Si comincia ed è subito magia.
Non so cosa sia stato, se la cura di certi particolari, se l’imprevedibilità di ogni azione, che ci coglie di sorpresa, se l’efficacia dei testi o la bravura degli interpereti, ma il risultato è di grande qualità. I dialoghi sono perfetti, cuciti addosso ai protagonisti. Sono densi di un’amarezza del nostro tempo, dalla solitudine allo spaesamento, dalla rabbia alla ricerca del senso della vita come di un vestito che cerchiamo di metterci addosso ma non sempre è pulito e stirato. Per tutto il tempo ridiamo (come non mi succedeva da tempo) e ci commuoviamo, tragedia e commedia coniugati con sapiente maestria, storie singole che si intrecciano e ci fanno riflettere. Mi rendo conto che non ho voglia che lo spettacolo finisca. Sì, mi è piaciuto. Non solo a me, gli applausi non finivano mai.
In scena ci sono Fausto Curcio, Carmelo Donato, Marina Giardina, Gloria Manaratti, Massimo Orsetti, Bianca Podestà, Elia Poggi e Alice Stabile. Loro, bravissimi, si sono divertiti e il pubblico lo ha capito.
Non siamo entrati tutti, sento dire che molte persone non hanno trovato posto, il passaparola era girato veloce in questi giorni e la capienza del teatro non era sufficiente. Ma c’è una possibilità, mi dicono. Che lo spettacolo venga replicato.
Mi auguro che questo succeda, e nel caso, non ve lo perdete. È una vera chicca.