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Il Requiem di Mozart al Carlo Felice

 
Il concerto di Pasqua è stato dedicato alle vittime del terremoto in Abruzzo. A dirigere Diego Fasolis. Sala piena: un buon segnale per il teatro
 
   

     
Genova,
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di Andrea Ottonello
   
Teatro Carlo Felice

La morte, a ben vedere, è il vero scopo finale della nostra vita; per questo da un paio d’anni a questa parte me la sono fatta amica, al considero la migliore amica dell’uomo, tanto che la sua figura non solamente per me non ha più di terribile, ma ha assolutamente un aspetto tranquillizzante, quasi consolante! E ringrazio Dio per avermi concesso la fortuna di avere l’opportunità di imparare a considerarla come la chiave per l’ingresso alla nostra vera beatitudine.

Così raccontava la morte in una lettera al padre del 1787 Wolfgang Amadeus Mozart. Parole di grande profondità, schiette, che stridono con la tragica realtà che ci troviamo oggi ad affrontare, con le immagini del sisma in terra d’Abruzzi che invadono gli schermi dei nostri televisori e pc e paiono quasi annichilirci. Il Carlo Felice ha fatto la sua parte, dedicando il concerto già previsto per la Santa Pasqua ai terremotati; in programma, giovedì 9 aprile, il Requiem, appunto, di Mozart, il suo capolavoro estremo, lasciato incompiuto fra le lacrime sul letto di morte. Però cominciamo a raccontarvi la serata trascorsa al Carlo Felice (che per ora, come saprete, resta aperto e pienamente funzionante, almeno fino a fine 2009, poi si vedrà) con un’annotazione che esula dall’aspetto strettamente musicale: e cioè che la sala giovedì sera era sostanzialmente esaurita: un segnale incoraggiante all’insegna forse di un ritrovato legame tra città e teatro che ormai da mesi si stava sfaldando. Ma il cammino è ancora lungo, vedremo.

Ma veniamo ad occuparci di ciò che abbiamo ascoltato: la lettura del Requiem che ha dato Diego Fasolis – indimenticato direttore dello splendido Giulio Cesare di Händel di un paio d’anni fa – era caratterizzata da tempi piuttosto mossi e da un “impatto sonoro” decisamente estremo nella sua quasi ferocia; un’interpretazione volta a far breccia nell’ascoltatore, a “stordirlo” nel senso migliore del termine, ma senza commuoverlo. In questo senso la parte più “nascosta”, intima, della narrazione liturgica e della conseguente realizzazione musicale, ne risulta penalizzata e trascurata, a vantaggio dei momenti più accesi e drammatici; le tinte più tenui ed esili risultano meno definite, mentre quelle più forti ottengono piena soddisfazione.

In buona sostanza, quello cui abbiamo assistito potrebbe definirsi un “Requiem senza lacrime”, virile, nel cui ambito protagonista assoluto è stato il Coro istruito da Ciro Visco: era da tempo che non si ascoltava una tale partecipazione emotiva, unita ad una solidissima preparazione, da parte delle voci del Carlo Felice. Dunque, momenti di emozione vera e profonda, nel Kyrie, nell’apocalittico Dies irae, nel Rex tremendae, nel Confutatis, nel Lacrimosa. Anche l’orchestra ha seguito Fasolis, assecondandone in pieno ogni gesto: ne è esitato un suono in molte parti asciutto, mai melanconico, secco, mai addolcito, specie nell’Introitus. Nell’insieme deludente l’apporto dei 4 solisti: Irina Lungu è un soprano con la voce che non “corre” e ha dimostrato carenze d’intonazione e incredibilmente anche di solfeggio; buona la prova di Elena Belfiore (mezzosoprano) ascoltata di recente nell’Arianna a Nasso di Strauss, molto più a suo agio in Mozart; Angelo Scardina è un tenore dalla voce immatura, piatta, in attesa (speriamo) di essere plasmata; senza sbavature, dignitoso, il basso Mirco Palazzi. Come detto, consensi calorosi e “battipiedi” di coro e orchestra all’indirizzo di Fasolis, e, del tutto inatteso, un “bis”: l’Ave verum corpus: un mormorio sublime di pochi minuti dopo il maremoto di emozioni del Requiem. Auguri per una Pasqua serena a tutti.

 
 
 
 
 
 
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