Ci sono gli alunni: quelli di oggi, quelli di ieri e persino quei fratellini e sorelline che già custodivano l'idea di essere i suoi scolari di domani. Carlo Mereta, insegnante di italiano alla Scuola Media Don Milani di Genova, è stato salutato oggi - nella Chiesa di San Nicola a Castelletto - dai tanti amici, colleghi, parenti e conoscenti a cui ha distribuito umanità, cultura e un po' di ormai rara saggezza. Il prof - o Meretz o anche il Mere - se n'è andato in fretta nella notte prima di Pasqua e uno dei suoi ragazzi di prima D, Tommi, recita così dal pulpito: «Non ci siamo mai detti addio. Sarà stato il susseguirsi confuso degli eventi? Sarà stato intenzionale da parte sua? Probabilmente voleva evitare di viversi la scena, e ancora meno di farla vivere a noi...».
Da qualche tempo non stava bene, eppure continuava ad andare a scuola, il luogo dove sentiva di avere una missione, al di là di tutti i conflitti, le riforme, gli scioperi e le diverse opinioni e posizioni, lui lì c'era per i ragazzi e le ragazze. Si dava indiscriminatamente con trasporto e sincera attenzione per ognuno. Marialuisa, un'altra alunna della prima D, ricorda uno dei suoi gesti quotidiani: «Ci portava sempre il pane, un pane grosso, quello pugliese; ce lo passavamo e ognuno ne prendeva un pezzo», un rito laico e religioso allo stesso tempo, messaggio di condivisione, amore e primarie cure. Seguace incondizionato della lezione di Don Lorenzo Milani e in particolare del suo motto: ”Non c’è niente di più ingiusto che far parti uguali fra disuguali”.
Da una settimana circa aveva smesso di andare a scuola e chi lo ha conosciuto ha vissuto questa sua assenza con grande preoccupazione e dolore, perché Mereta era sempre presente, perché avrebbe voluto la scuola aperta 365 giorni l'anno e - come ricorda Alessandro, prima D, - «viveva per la scuola. Noi eravamo importanti per lui. Un giorno doveva essere assente a causa di un'operazione; non la fece quel giorno, ma la rimandò a luglio per non mancare a scuola, per rimanere con noi».
È scomparso un uomo di rara cultura e umanità. Per tanti/e ragazzi/e un padre, un nonno, una guida e un porto sicuro; un tifoso del Genoa, un esilarante e sagace compagno di risate anche se serio da intimidire, ma capace di spiazzare subito con il suo fischio a trombetta, con la sua voce profonda, con la sua interpretazione di un passo letterario. Amante della letteratura e del cinema, dell'arte e del pensiero libero. Vorace lettore, come ricorda il fratello, eleggeva qualsiasi luogo della geografia cittadina a suo angolo di concentrazione e sapeva trasmettere a tutti questa sua passione, leggendo o raccontando ad alta voce grandi storie o episodi autobiografici, in particolare legati alla madre.
Ognuno dal pulpito lancia un frammento di esperienza accanto a Carlo Mereta e una collega legge un suo racconto intorno alla prima supplenza di 15 giorni, per 0,50 punti in graduatoria in una ricca provincia lombarda da raggiungere con un treno locale e un viaggio estenuante di ore e ore, al ritmo di Bella senz'anima di Riccardo Cocciante: ...e ora siediti su quella seggiola, stavolta ascoltami senza interrompere.... Ricorda bene il prima, fitto di dettagli, ansie, aspettative, ma del mentre ricorda poco, come chi si dà istintivamente. Solo dei saluti ha un fermo immagine puntuale: la mano di una bimba veneta, la cui mamma lavava le scale, che stringendo la sua disse: «professore non te ne andare».
Molti piangono, tutti, ma è altrettanto chiaro quello che sentono: Mereta non c'è più ma non è scomparso, ha lasciato moltissimo, un'eredità educativa, una consapevolezza e presa di coscienza - forse in troppo poche generazioni, ma in qualcuna senz'altro - una lezione di vita che ha trasmesso ad alunni/e e famiglie. Un regalo che nessun può far svanire e allora come consiglia il fratello, leggendo una delle poesie in dialetto genovese di Edoardo Firpo (Ciàmmime un pò unna mattin) che da bambini recitavano sempre, forse val la pena di chiamarlo ogni tanto la mattina perché può darsi che ci risponda ancora o ci faccia la sua affettuosa trombetta.
Figgeu, che pe-e còste di monti
ti beivi a-e fresche vivagne
appenn-a fiorisce e campagne,
ciàmmime un pò unna mattin.
Chissà che da qualche rianello,
da qualche ramma de pin
no te risponde un pittin.
(trad. Fanciullo, che sulle coste dei monti
bevi alle fresche sorgenti,
quando fioriscono le campagne,
chiamami un po', un mattino.
Chissà che da qualche ruscello,
da qualche ramo di pino
io non ti risponda).