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Alessandro Tedesco Alkémik Quintet, 'Kimika'
Alessandro Tedesco Alkémik Quintet, 'Kimika'
 

Alkémik Quintet e Slivovitz: Napoli a tutto jazz

 
La formazione di Alessandro Tedesco e la band che rievoca un'acquavite balcanica. Due dischi suonati con cura e passione. Le recensioni dalla nostra community
 
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21 aprile 2009
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di Riccardo Storti
   

Scendiamo in Campania per due proposte dal Sannio (Alessandro Tedesco Alkémik Quintet) a Napoli (Slivovitz) tra sincopi e blue note.

In musica la chimica è tutto: affinità elettive tra elementi che si combinano quindi magie per i nostri sensi quando quelle molecole ci colpiscono. E Kimica (Radar, 2008) è anche il titolo del CD dell’Alessandro Tedesco Alkémik Quintet. Trombonista di formazione classica, Tedesco – un bel giorno - finì per scontrarsi con il jazz e fu tutto un cursus honorum con nomi di punta del panorama nazionale (Pierannunzi, Sepe, Tonolo, Onorato, Giammarco, Casati, Leveratto) e non (Peter Erskine e Archie Shepp). In seguito avvenne l’incontro con un paio di amici e la fusione alchemica in quintetto.
Play e ci siamo. Jazz di gran classe per un CD valido sia per le composizioni, sia per le rifiniture registiche di postproduzione. Cura e passione. Si comincia con Modulations, vero e proprio viaggio sonoro tra cromature e cromatismi; Cinderella è un delicato affresco melodico donato dall’attento bassista Costagliola alle varie voci dell’ensemble (pianoforte e sax). Il gioco si fa sottile appena incalza l’attacco sincopato, diluito in 5/4, di Spinning: allusione a Night in Tunisia di Gillespie che, però, si sa aprire ad episodi più smooth. L’itinerario procede tra le dune modali di Kimica, il flamenco jazz de Il mago delle foto e le rifrazioni soul di Bubu settete. Abilmente congegnate le interpretazioni di due classici (Sophisticated Lady di Ellington e The Preacher di Silver) più C’amor’ del sassofonista partenopeo Marco Zurzolo.

Si chiamano come la celeberrima acquavite balcanica (Slivovitz) e hanno dalla loro, prima di tutto, una tattile napoletanità sonora. Certo: il jazz rock, il blues e il funky… ma quante volte, nell’ultimo mezzo secolo, questi generi hanno deciso di fare scalo a Napoli e, magari, di mettere su casa, seminando figli – non più di Annibale ma - di Cole Porter, Miles Davis e George Benson?
Già la line-up è strana perché l’impianto rock (trio basso-batteria-chitarra) dimentica le finestre aperte e via con spifferi blues (armonica), jazz (sax), etnici (violino). Il resto sta in un CD autoprodotto del 2004. La tradizione è quella dei Napoli Centrale (il talkin’ funk di ‘Si gghiuto addò Enzo?), degli Osanna (il tema all’unisono di sax e violino si radica nell’intro di Palepoli) ma anche l’ironia (nei titoli) di Fabio Celi e gli Infermieri. Apice con Canguri in 5, sorta di tango elaborato su ritmica dispari.
Perché parlarne oggi, ad un lustro di distanza? Ma perché c’è l’interesse concreto per una produzione discografica di tutto rispetto. Quella capace di offrire un’eccellente resa qualitativa e visibilità. Possiamo solo aggiungere che il legame slavo non sarà più solo nel nome della band e che il jazz è nato in America… provate a fare due più due… Ebbene sì, la newyorkese Moonjune di Leo Pavkovic.

 
 
 
 
 
 
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