Diciamocela tutta: gli attori sono dei disadattati sociopatici che si rinchiudono in un loro mondo parallelo, lo sappiamo tutti noi che amiamo distrarci vedendoli due ore sul palcoscenico e poi torniamo fuori a vedere le stelle. Perché è comodo stare nella caverna e vivere delle ombre di vita, o delle vite in ombra. Perché è facile interpretare un copione scritto e prevedibile. Ma è fuori la vita vera, con le sue complessità. È la nostra, o la storia della famiglia Melchiorri, seria, morigerata e rispettabile, la vita. Quella della compagnia Melchiorri ("combinazione" stesso nome), banda malassortita di attoruncoli, è una farsa.
Una farsa che nell'atmosfera tetra e decadente di un teatro in distruzione si fa stranamente coinvolgente. Si fonde, prima discretamente, poi con un'intensità inaudita, con la vita di fuori, fino a non comprendere più la differenza fra esperienza e interpretazione. Fino a domandarsi se fuori dal teatro/caverna esista ancora qualcosa di veramente vero, per cui valga la pena vivere.
Esaltazione da scena o da manicomio? Insignificante differenza per l'arte. Gli attori "disidratati", come vampiri prendono vita succhiando quella dello spettatore, mettendolo in scena. Da spettatore critico a protagonista, fantoccio, ma protagonista eccezionale.
Quando la metamorfosi è completata lo spirito servitore, l'intelligenza, cambia padrone e sceglie l'artista, quello vero. Solo chi si dà al teatro senza pudore può vivere ciò che mette in scena, solo chi non lo abbandona nel momento del crollo può dirsi artista.
Una metafora interessante...